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Studi
Gla svela, finalmente, alcuni dei misteri della Beotìa
 
Gla si trova nella terra greca di Beozia. E’ uno dei luoghi più affascinanti dell’intero circuito archeologico ellenico. Rimasto intatto e inalterato da millenni, il sito di Gla non ha mai reso ai suoi ricercatori risposte esaurienti e convincenti. Generalmente e sommariamente indicata come la fortificazione micenea del vanax o semplicemente città, Gla, anche il suo nome è arbitrario, ha certamente  impressionato i visitatori di tutti i tempi, risvegliando storie e racconti mitici.
Noi abbiamo già inquadrato il sito di Gla nell'epica omerica, con l’articolo: “Troia non è mai stata così vicina”, ora lo rivisitiamo avvicinandolo alla storia della presunta migrazione egizia in Grecia, passata prima per Creta, in seguito della diaspora del popolo di Akenaton, e poi attraversando la Beozia fino alla città di Iampoli, poi noi ne abbiamo perso le tracce. Per i maggiori indizi di una presunta presenza degli antichi Egizi, a Tebe e in Beozia, basti pensare al nome stesso di Tebe, ricercare le origini di Cadmo, suo re, o chiedersi il perchè della presenza addirittura di una piramide, la piramide di Anfione e Zeto, che si trova a Tebe, oltre alle mura nord della città.
Nel racconto allegorico "Il mito di Gla e dei suoi alberi sacri", proviamo anche a mettere in relazione  Gla con il mitico diluvio di Deucalione di cui ci riferisce, tra gli altri, Esiodo, poeta nato nella città beota di Ascra e che da questa terra non si è mai allontanato. Nell’articolo diamo per certo che il diluvio di Deucalione sia lo stesso che poi si ripresenterà, spiritualizzato, nel noto racconto biblico di Noè e della sua arca, e anche in altri celebri passi dell’antichità come quelli di Manu e di Utnapishtim.
La nostra narrazione inizia con le cerimonie di ringraziamento che in tempi protostorici venivano celebrate in riconoscenza alla natura per suoi doni: gli alberi, anzi "le albere” (madri di frutti), le fonti, la pioggia, i frutti della terra e gli animali. Sono i tempi matriarcali della Grande Dea Madre il cui bosco sacro per eccellenza, in Beozia era il querceto di Alalcomene, a sud della regione, ma noi immaginiamo che ce ne fosse uno altrettanto importante a nord, più vicino a Tebe: proprio ed esattamente a Gla.
Poi, Nel mosaico storico di Gla, individuiamo le tracce cretesi dei minoici. Non sfuggano sull'altis i caratteri architettonici dell'edilizia cretese e i ritrovamenti di corna di consacrazione. La meravigliosa raccolta di larnax del museo di Tebe è di sicura matrice minoica.
Nell’articolo prendiamo anche in considerazione i tempi della colonizzazione micenea, intorno al XIV sec. a.C., noi azzardiamo anche l'ipotesi che i micenei discendessero dagli Egizi (v. in “Troia non è mai stata così vicina”). Con i micenei inizia la bonifica e la messa a coltura della regione, con le necessarie opere di complessa e invasiva ingegneria idraulica, opere capaci di controllare ma anche di sconvolgere e destabilizzare il territorio e la natura, ieri come oggi. I micenei puntano al colossale e colossali sono le opere di Gla, non solo le mura lunghissime e imponenti, ma anche le opere di bonifica del Cefiside, poi chiamato lago Copaide, un’area lacustre che si era formata in seguito a fenomeni alluvionali di vasta portata, ben registrati nell’immaginario popolare e che  noi li riportiamo, in ipotesi, al Diluvio di Deucalione e ad Eracle. Citiamo Eracle perchè gli eraclidi, suoi devoti, coltivavano in modo estensivo e necessitavano di un pieno controllo del territorio sia per contenere le acque dei fiumi, sia per l'irrigazione dei campi. Caratteristici del lago Cefiside, oggi la piana Copaide attraversata dal fiume Cefiso, sono i Katavotra, 25 inghiottitoi naturali che regolavano l’altezza delle acque del lago, evitando che esse si innalzassero e sommergessero le città rivierasche insieme alle colture dei campi. Il grande katavotra di Kokkino è ancora oggi funzionante e trasferisce parte delle acque affluenti a nord della della piana verso la città di Larimna, sfociando nel braccio di mare Eubeo. La bonifica definitiva del Copaide è avvenuta all’inizio del ‘900 con il canale collettore del Cefiso, un condotto impressionante sotto l'aspetto ingegneristico, che dirotta le acque del fiume nel vicino lago Yliki.
Il Diluvio cancella Gla dalla storia costringendo le sue genti a trovare nuove terre in cui vivere e celebrare gli antichi riti. E qui ricorriamo all’onomastica dei luoghi, dei fiumi e delle divinità per rintracciare gli indizi che rivelino, in modo credibile, la storia successiva del popolo di Gla. Ecco quindi che un presentimento si fa strada: Atene e Atena, Eleusi e l’ Ilissos, Cefiso e Cecrope, Demetra e i suoi misteri riappaiono con sorprendente analogia in Attica, per segnare luminosamente e indelibilmente un nuovo capitolo della Storia.
E, ancor oggi andando a Gla, possiamo ancora avvicinare tutti i segni della sua storia: non ci sarà difficile immaginarla ricoperta dal suo sacro bosco di cipressi; vedere la grotta di Atamante, volta a sud in posizione centrale, e la grotta di Demetra sotto l'Eleusinion, sul bordo orientale del pianoro; percorrere, in sommità, le stanze palatiali destinate alle funzioni sacre, di forte, anzi sicura, matrice minoica, per la pianta architettonica dall'esclusivo impianto dentellato, per l'adyton e per il politiron; dall'alto non ci sarà impossibile distinguere la cosidetta agorà circondata, alla maniera egizia, da un recinto rettangolare che protegge tutto l'area sacra e, uscendo dal recinto, passare dall'ampia porta a piloni, inquadrata simmetricamente da due possenti torri poggianti su forti basamenti in opera isodoma; gli egizi sono passati da qui! Ma anche i micenei hanno fatto visita a Gla, forse per ultimi, e, percorrendo alla base e in tutto giro la muraglia ciclopica non possiamo non pensare, almeno di riflesso, che lo stesso Achille abbia trascinato per tre volte il corpo di Patroclo proprio qui a Troia, il santuario fortificato delle tre città del Cefiside, Orcomenos, Aliartos e Tebe, avrebbe potuto davvero farlo (non certo attorno ad Yssarlik), ma forse ci siamo spinti troppo oltre.
Anche il cristianesimo non ha sottovalutato Gla e la sua impronta spirituale che, evidentemente, perdurava ancora nel Medioevo. L’archeologia, infatti, ha messo in luce le fondazioni di due chiese, una sull’acropoli centrale, che noi abbiamo dedicato arbitrariamente, ma non tanto, ad aghios Antonios, il principe dei gigli, e l’altra, sul bordo orientale, ad aghios Minas, perché Mina era l’antico nome delle Luna che qui abbiamo temerariamente visto nell'Eleusinion, derivandolo da Selene.

Ecco ora il racconto allegorico:
Il mito di Gla e dei suoi alberi sacri”.

Eravamo ragazzini quando, avvicinandosi la festa degli alberi, con tutta Tebe ci si preparava alla lunga processione dei boschi sacri. Si partiva di buon mattino dal bosco degli ulivi dell’Artemision, in città, e, superata la porta di Platea, lasciando sulla destra il santuario dei cipressi, ci si inerpicava verso Taki per arrivare, in trenta stadi, al bosco santo di Demetra e Core. Dopo il dovuto ringraziamento alle “Signore”, scendevamo a grandi passi ai pozzi del Kabirion e lì lo sguardo rimaneva stregato dal vigore della Sfinge che mostrava tutto il suo spendore, pareva sollevarsi fulminea dalle acque del Tenero per poi quasi a librarsi, superba e risoluta, a difesa della città e delle sue genti. Scesi al sacro querceto dell’Ippodete e, quindi, attraversato il bosco di lecci di Poseidone, si giungeva nei pressi di Aliartos alla grotta di Atena. Una grotta commovente per quella sua forma incomparabile che richiama l'uccello notturno della dea, la civetta. Gli anziani ci spiegavano che, invece, ai tempi loro questa era la grotta della Luna, lo spirito notturno dall'occhio giallo che governa la nascita, le acque della vita e il tempo. A ricordo di questo, asserivano gli anziani, la nostra dea Atena porta ancora al collo il simbolo della Dea: il gorgoneion. Dalla grotta nascevano le salvifiche acque di Cecrope (giallo-occhio) che da qui si dirige diritto, tra un doppio filare di alberi, verso il piano Atamanzio che gli archeologi del XX secolo chiameranno Gla.
Dalla grotta della Luna si ripartiva per seguire il percorso dei “katavotra” e a noi ragazzini, piaceva sporgersi sul bordo degli inghiottitoi per ascoltarne l’interno sibilo oscuro con il quale il vento taglia, sottile, la quiete della vallata.
E’ rapido ora l’incedere processionale e, appena sorpassata l’alta grotta di Pandora vicino ad Acrefnio, sulla piana Cefiside si presenta improvvisa la cosidetta città di Atene (e di Eleusi), ma noi sappiamo, in verità, che si tratta del santuario di Atamante, ora moderna Gla, che si mostra coronato da un compatto bosco di cipressi a sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, la sacralità di tutte le forme di vita che Beotìa preserva. Dopo il lavacro dell’acqua nuova, presso la fonte della grotta di Atamante, si sale al piano per onorare il venerando legno del Palladio di Atena e per lasciare un omaggio di fiori e di nastri iridei presso la grotta dell’Eleusinion, sul bordo più orientale del pianoro. A sera, tutte le genti si raccolgono sul pianoro, e levano i canti, e accendono i fuochi per il compleanno di Atena, in questo giorno che diventerà il 15 agosto gregoriano, e i fuochi arderanno tutta la notte in onore della dea.
Sono ritornato qualche anno dopo al santuario di Atamante, ma quante cose erano cambiate! Proprio non riuscivo più a riconoscere le antiche vestigia e l’originario sentire, seppur ne fossero ancora presenti. I micenei avevano deciso di fare del sacro piano un tempio al Sole e uno alla Luna, alla loro maniera, mastodontici. Il bosco dei cipressi sacri era stato interamente abbattuto e con i suoi santi legni erano state fatte enormi impalcature che giravano tutt’intorno al colle per erigere le mura di difesa del nuovo santuario. Visto dallo Sfingion il pianoro aveva preso l’aspetto di una grande, immensa arca di legno che sembrava solcare la piana dell’Ylissos. E mentre le mura così si innalzavano, il pianoro era stato spianato e ben squadrato per erigervi un altissimo recinto sacro, tale come da noi non si era mai visto prima ma che, per chi era stato in Egitto, sembrava voler competere con il tempio Amon, quello della Tebe sul Nilo. Gli architetti di Tel Al-Amarna, infatti, avevano disegnato un ingresso monumentale, ben inquadrato da due grossi pilastri e centrato simmetricamente tra due colossali torri erette su di un accurato basamento isodomo. La struttura perimetrale proseguiva ad angoli retti fino a racchiudere le antiche stanze di culto, nascondendole in questo modo alla vista e al richiamo devozionale delle nostre genti. Anche la sacra fonte, dopo lo sciagurato dissesto del pianoro causato delle nuove edificazioni, smise di donare l’acqua prodigiosa, gli alberi sacri non ricrebbero più sull’altura. Un alone di mistero sta per scedere, per sempre, su Atene e su Eleusi di Beozia.
Infatti il taglio sacrilego degli alberi sacri dell’Atamante provocò la collera furibonda di Pandora, colei che aveva ricevuto e custodito da sempre tutte le forme di vita di Beotìa. La Dea ordinò a Deucalione di scatenare tutti i suoi dieci fiumi della Focide, di farne dei draghi feroci, e di lanciarli nel vento contro i nuovi profanatori della piana. Per 40 giorni e 40 notti diluviò su tutta la terra di Beotìa, sommergendola e devastandola. Ma la dea ebbe a commuoversi di fronte al pericolo che minacciava le sue creature e i suoi devoti e permise loro di portarsi in salvo sull’”arca”  appena “costruita”, edificata in quella che un tempo era stata la sua casa.
Così, dopo i tempi di Deucalione, Atamante rimase solo nella memoria dei suoi devoti più misericordiosi, ed essi continuarono a portare fiori e nastri sull’Altis di Atene e di Eleusi. In seguito i cristiani riconobbero la forza spirituale e sacra del piano e innalzarono due templi: il primo, sull’Altis, dedicato ad aghios Antonios (il fiore) e il secondo, sul bordo orientale, rivolto ad aghios Minas (la Luna). Poi le acque ripreso il possesso dei luoghi, inghiottendone anche la memoria, così fino all’arrivo dell’ultimo Eracle del ‘900 che ha tentato, con dighe e canali, di restituire la vita alla valle riconsegnandola, certo inconsapevolmente, alla sua eterna Signora: Biotìa.
 
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