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Gli uccelli stinfalidi

Studi
L'Arcadia è l'unica regione antica della Grecia peloponnesiaca a non essere bagnata dal mare, poiché si trova nel cuore della parte più montuosa della penisola di Pelope.
Era ancora abitata da pastori e cacciatori che vivevano in piccoli villaggi, quando alla fine dell'età del Bronzo, forse nel X° secolo a.C., i cosiddetti "eraclidi", forse con un sistema di vita  basato su di una economia di agricoltura intensiva, la invase. Questa invasione storica non fu annotata per iscritto, perché in quell'epoca la civiltà micenea con la sua scrittura in "lineare A" e "lineare B" era ormai tramontata. Ma gli scrittori dell'età del ferro, con la nuova scrittura alfabetica, ci hanno tramandato un non ben precisato "ritorno degli Eraclidi", che sarebbero ridiscesi dai territori in cui li avevano cacciati i micenei. Sappiamo poco o niente della razza di questi Eraclidi, ma dovevano essere i famosi Dori e onoravano l'antico Eroe tebano Eracle con onori degni degli dei olimpici.
Anfora a figure rosse con la raffigurazione di Eracle e degli Uccelli del lago Stinfalo.
Parigi, Museo del Louvre, 500 a.C.
Nacquero probabilmente allora i miti più antichi riferiti ad Eracle, quelli inseriti nell'elenco delle cosiddette "dodici fatiche", dipinte in innumerevoli pitture vascolari dell'epoca arcaica (VII-VI secolo a.C.). La prima fatica racconta che Eracle uccise un ferocissimo leone che infestava la zona di Nemea, città poco a Sud dello Stretto di Corinto, poi lo spellò e indossò la sua testa come copricapo e la pelle come veste.
La sesta fatica parla della cacciata da parte di Eracle dei ferocissimi "uccelli stinfalidi".
Ma vediamo cosa ci racconta il mito a noi pervenuto.
Il coltissimo periegeta (= viaggiatore) greco Pausania, nella sua descrizione dell'Arcadia del II° secolo d.C., scrive: "Sull'acqua dello Stinfalo (il lago Stinfalo, circondato da montagne sulle cui rive sorgeva la città di Stinfalo, n.d.r.) corre una leggenda riguardante degli uccelli divoratori di uomini, che un tempo sarebbero vissuti su questo lago.
Eracle, si racconta, uccise a colpi di freccia questi uccelli. Ma Pisandro di Camiro (fr. 4 Bern.) dice che non li uccise, ma li scacciò con lo strepito dei crotali (strumenti musicali a percussione, n.d.r.). Il deserto arabico, d'altra parte, oltre ad altri animali selvatici, presenta anche uccelli chiamati Stinfalidi, non meno feroci verso gli uomini dei leoni e dei leopardi.
Essi si abbattono in volo su quelli che vengono a dar loro la caccia e col becco li feriscono e li uccidono. Qualsiasi protezione di bronzo o di ferro gli uomini portino, gli uccelli riescono a perforarla; però, se i cacciatori si intrecciano spesse vesti di "fleo" (probabilmente la cosiddetta "canna di Ravenna", una graminacea nodosa, un tipo di canna piena che cresce in luoghi sabbiosi umidi, nota di salvatore Rizzo) i becchi degli uccelli Stinfalidi vengono trattenuti dalle vesti di fleo come le ali degli uccellini si impigliano nel vischio. Questi uccelli di cui parliamo sono grandi quanto le gru e somigliano agli ibis, ma i loro becchi sono più grandi e non curvi come quelli degli ibis." (Pausania, libro VIII, cap.12, par.5 e 6).
Naturalmente Pausania non fu il solo scrittore antico a raccontare il mito di Eracle e degli uccelli stinfalidi, ma poichè ai suoi tempi la versione più diffusa (ma non necessariamente la più corretta) diceva che egli li aveva uccisi prima spaventandoli con i crotali e poi uccidendoli a colpi di freccia, è particolarmente interessante l'anfora a figure nere qui riprodotta (500 a.C. Parigi, Museo del Louvre).
Si vede Eracle, con la testa del leone nemeo sul capo ma il resto della "leontè" sul braccio sinistro, indossato come scudo, far levare in volo degli uccelli simili ad anitre agitando dietro di sè una doppia corda da cui sembrano pendere due oggettini della grandezza di due nacchere ma dalla forma incomprensibile.
Potrebbero essere i crotali di bronzo fabbricati per lui, secondo qualche versione, da Efesto e consegnatigli dalla dea Atena (Maria Mavromataki, "Mitologia greca e culto", pag.160, ed Haitali, Atene 1997).
E' chiaro che la figura dell'Eroe Eracle non è un personaggio storico, ma un essere mitologico, vista anche la sua "onnipotenza" che oltre a dargli una forza sovrumana gli permetteva di compiere imprese titaniche in ogni parte del mondo conosciuto allora, cioè il Mediterraneo (dalla Spagna con le Colonne di Ercole alla Colchide con le imprese degli Argonauti). Ma cosa rappresentava allora?
Secondo noi, ha rappresentato in varii luoghi e in varie epoche cose diverse.
Montagne dalla forma particolare, sul lato sud-est del lago Stinfalo (che si intravede in lontananza alla sinistra della foto), nel mese di Luglio 2014.
Gli strati più vicini alla piana possono sembrare "becchi", il più impressionante dei quali è quello all'estrema sinistra. Gli strati più alti della montagna si possono "leggere" come ali.
Probabilmente, il suo mito è nato a Tebe in epoca antichissima, forse nel III° millennio a.C.,quando i primi abitatori della regione avevano una religione primitiva che adorava e ringraziava le forze della natura che permettevano la loro sopravvivenza.
Analogamente a ciò che avveniva in Egitto nel III° millennio a.C., in Beozia  in quel periodo esistevano solo due o tre entità divine, immense ed immortali, e cioé la Terra (chiamata "Ma-ghè" in Grecia, "Gheb" in Egitto), il Cielo (chiamato Era, Ari o Arianna in Grecia, Nut in Egitto), il mare (Teti in Grecia, Tia-mat in Mesopotamia) e forse la Luna (detta "la testa")  e il Sole ( in Egitto detto "occhio di Ra").
Avendo i popoli marinari osservato che la luna era responsabile, con la sua presenza, del gonfiarsi del mare (le maree), probabilmente essi attribuivano alla luna o alla dea Era (il cielo o letteralmente "colei che sta su" in greco) il potere di generare e far cadere l'acqua dolce (la pioggia).
Il grande studioso di miti greci Robert Graves  ("I miti Greci", ed Longanesi 1983, Milano) ci faceva notare che "Eroe" significava letteralmente "Figlio di Era". Cioè, aggiungiamo noi, figlio della Signora Cielo.
Ora, noi adesso, con interpretazione cristiana e biblica, intenderemmo "Cielo" con l'astrazione simbolo di Dio: ma per gli antichi dell'età del Bronzo doveva apparire come un Essere vivente grandissimo e potentissimo capace di creare le nuvole, la pioggia, i fulmini. Questo Essere non aveva aspetto umano né animale, ma una forma tutta sua, simile ad un enorme mantello sospeso sulle nostre teste, un mantello che di giorno appariva azzurro ma  di notte rivelava la bellezza misteriosa di una distesa di stelle che, come pietre preziose cucite sul mantello di una regina, si spostavano tutte insieme con lo spostarsi del Cielo stesso.
La roccia "becco di passero" (nome attribuito dagli autori).
Del resto, sicuramente gli antichi Egizi lo vedevano così, il cielo, e lo rappresentarono nelle tombe dei faraoni come la dea Nut, simboleggiata da una donna nuda dal corpo blu cosparso di stelle; un corpo stilizzato al massimo e posto ad arco a sovrastare il corpo nudo maschile di Gheb, il Dio terra.
Orbene, se Era, letteralmente "Quella che sta sopra", era l'Essere divino con forma di mantello azzurro, con un occhio di sole e una testa che è la luna, gli Eroi, Figli di Era, dovevano essere forme di vita che scendono da lei, che da lei sono generate e si nutrono del suo "latte" materno da lei creato.
E poiché il liquido prezioso, vitale, che scende dal cielo è la pioggia, dovevano essere creature viventi fatte di pioggia, cioè di acqua. Cioè erano corsi d'acqua.
Se Eracle, come tutti gli Eroi, era un corso d'acqua, doveva aver avuto una fonte da cui nascere. Ma dov'era questa fonte?
Gli antichi scrittori ci informano che Eracle nacque a Tebe di Beozia, una regione greca a nord del Golfo di Corinto e ad ovest di Atene. Ma dicono anche che egli aveva un gemello, di nome Ificle. Ora, la città di Tebe è affiancata, ad est e ad ovest, da due corsi d'acqua simmetrici e simili, oggi purtroppo parzialmente coperti da strade asfaltate.
La loro madre si chiamava Alcmena, moglie di Anfitrione. Qui sembrerebbe che Era con entri affatto nella maternità di Eracle, ma poi ci dicono che Era cercò di uccidere Eracle per gelosia, poichè il vero padre di Eracle non era Anfitrione, ma Zeus che aveva assunto le sembianze di Anfitrione per unirsi all'ignara Alcmena. Era inviò perciò due serpenti per stritolare l'Eroe nella sua culla, ma il bimbo, più forte dei serpenti, li soffocò con le sue manine.
Questa scena del fanciullo Eracle che impugna per il collo due serpenti ci fa pensare al simbolismo fiume-serpente e ci conferma la vera essenza dell'Eroe come corso d'acqua, mentre il nome di Eracle, che Graves traduce  con "Orgoglio di Era", appare in forte contrasto con il desiderio della dea del cielo di sopprimerlo (se era il suo orgoglio, perché mai voleva ucciderlo).  
Il nome della madre di Eracle, poi, Alcmena, sembra composto dalle radici delle parole greche "Alcos" (="forte") e Mene (="luna"), significando dunque "Forte Luna". Quindi Eracle o era figlio del Cielo oppure figlio della Luna.
Inoltre, un altro mito racconta che una volta gli dei, per riconciliare il bimbo con Era, le posero Eracle al seno e lei, distratta, cominciò ad allattarlo; ma quando si accorse che il lattante era il frutto del tradimento di Zeus, lo allontanò dal petto bruscamente. Così facendo, il latte appena tirato dal suo capezzolo spruzzò un getto bianco sul cielo stellato e creò la cosiddetta "Via Lattea". Questa storia sembra creata in età tarda per giustificare le antichissime e ormai incomprensibili immagini pittoriche che rappresentavano la madre Era che allattava al seno suo figlio Eracle.
Insomma, se Eracle era, a seconda delle epoche, figlio di Era o della Luna (la testa della dea del cielo) e a causa della sua forza e bellezza era l'orgoglio della madre dei corsi d'acqua, è logico dedurre che egli fosse, come tutti gli Eroi, un fiume, dalla forza appunto sovrumana, sostanzialmente buono e utile, ma che a volte impazziva (v. il mito della pazzia di Eracle) e ammazzava, come fanno i grandi fiumi quando esondano.
      
La roccia "becco di passero" vista dal lago.
Gli Eraclidi dovevano essere stati in origine adoratori di un antico fiume chiamato "Orgoglio di Era", che però dopo uno o due millenni avevano dimenticato che le loro antiche immagini di un bimbo che tiene due serpenti erano la personificazione di un fiume che sembra un serpente con un fiume gemello e che quelle con l'uomo barbuto e fortissimo coperto della leontè erano la personificazione dello stesso fiume che, divenuto grosso a valle, possiede la forza di un leone. Credevano quindi di adorare un loro antenato semi-divino che aveva conquistato l'immortalità in base alle sue buone opere e non per il fatto che i fiumi sono eterni rispetto alla vita di un uomo o un animale.
Quando, forse dopo cinquecento anni dalla loro cacciata dall'Arcadia, tornarono a conquistarla, trovarono ad abitarla pescatori, cacciatori, pastori e contadini che coltivavano il loro orticello rispettando però a fondo la loro valle, il lago e il letto dei fiumi. Gli Eraclidi, invece, nel frattempo si erano "evoluti" in senso moderno e avevano imparato a sfruttare di più la terra modificando il paesaggio con opere ingegneristiche, come dighe per deviare il corso dei fiumi, o con il taglio dei boschi, per sfruttarne il terreno come campi agricoli, e con le bonifiche delle zone acquitrinose per recuperare terreno alla coltivazione.
Arrivati nella pianura del lago Stinfalo, trovarono un lago dalle acque basse, come si vede ancora oggi, che d'inverno è pescoso, e d'estate è un acquitrino invaso dalle canne palustri, ma tra le quali vivono anitre e molti altri uccelli. Non volendo usarlo per la pesca e per la caccia in palude, come facevano i suoi abitanti, decisero di prosciugarlo, deviando con dighe i corsi d'acqua che sboccano ancora adesso numerosissimi nel lago Stinfalo.
Negli scontri che inevitabilmente sorsero tra loro e gli Stinfalidi, gli Eraclidi portarono sicuramente in campo l'insegna del loro protettore, Eracle. E quando, superiori per tecnologia bellica, vinsero, attribuirono le loro vittorie al loro Eroe.
Quando ebbero prosciugato il lago, gli uccelli palustri morirono o emigrarono, non trovando più l'ambiente naturale atto a sostenerli. Gli Eraclidi, allora, cantando vittoria, raccontarono che grazie alla protezione del loro Eroe Eracle, gli uccelli nocivi erano stati scacciati o uccisi.
A queste storie risposero sicuramente gli antichi abitanti accusandoli di aver loro sottratto il lago per pescare e la palude per la caccia avicola; al che gli Eraclidi risposero mettendo in giro la voce che quegli uccelli dovevano essere eliminati, perchè erano creature "mostruose, con artigli e ali di bronzo e divoratori di uomini" (M. Mavromataki, op. cit., pag.160).
Ora, se è certo possibile che il mito del rumore dei crotali sia una interpretazione poetica o dettata dall'ignoranza dei rumori prodotti da lavori edili per deviare il corso degli affluenti del lago, da dove è venuta agli Eraclidi l'idea per inventare "Uccelli mostruosi" con artigli durissimi come il bronzo e ali dure come metallo che divoravano gli uomini? Solo corazze fatte di canne potevano fermare i loro becchi micidiali ma non ricurvi.
Ebbene, il pittore Emmet ed io crediamo di aver svelato questo mistero.
Sul bordo sud-est della piana Stinfala, oggi rioccupata per buona parte dalle verdi canne del lago, si ergono alcune montagne dalla forma particolarissima, che non ha simili in tutta la valle. Sembrano ali di corvi in alcuni punti, ali d'aquila in altri e una grande roccia in particolare sembra in tutto e per tutto il becco mostruosamente grande di un uccellino tipo passero, ma un passero enorme che punta verso il cielo, come scontrandosi contro il letto di canne del lago. E proprio sotto quest'ultima roccia sgorgano ancora oggi, nascendo dalla piana Stinfalia, due fonti d'acqua dolce che si gettano nella palude lasciando un solco ben visibile dall'alto.
Quelle montagne, su cui si infrangevano le nuvole che generavano l'acqua delle fonti,  devono aver dato molto da lavorare ai costruttori di dighe che cercavano di prosciugare il lago. Ma tanto davvero.
   
Per nostra consolazione, possiamo annunciarvi che alla fine a rinunciare devono essere stati i costruttori di dighe, se oggi gli uccelli palustri sono tornati ad abitare la palude e gli uomini sono tornati a pescare sulle loro barche nel lago Stinfalo.
      
_Fernanda Facciolli e Emmet.
      
Venezia, 5 Dicembre 2014.

In apertura: vaso al Museo del Louvre, Parigi, 500 a.C.; segue vista dei monti Gavria (degli Sparti -o degli spiriti?-) che sovrastano il lago Stinfalo in Argolide, Peloponneso, Grecia.
 
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