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L'Artemide Efesia

Studi
L'Artemide efesina di Napoli
L'opera in apertura si trova nel Museo Archeologico di Napoli
Ad Efeso, città greca attualmente in Turchia, sulla costa dell'Egeo, si adorava nel periodo ellenistico (IV-II° sec. a.C.) la dea Artemide in un tempio gigantesco, considerato dagli antichi "Una delle sette meraviglie del mondo". La statua di culto della dea, attualmente conservata nel museo archeologico di Efeso, presenta un aspetto originalissimo e inconfondibile. La dea vi è rappresentata come una giovane donna dalla pelle nera come l'ebano, ma vestita di una strana veste bianca che ne fascia strettamente il corpo come se lei fosse una mummia. Sulla sua testa, le spalle, le braccia, sulla veste stessa sono scolpiti leoni, api e protomi di animali domestici e selvatici. Ma la cosa più sorprendente è il suo petto, che sembra costituito di una quantità  di mammelle bianche.
In tutti i libri e perfino in Internet, si da per scontato che quelle sul petto siano le sue mammelle e si interpreta la cosa supponendo che volessero rappresentare la sua illimitata capacità di nutrire noi, suoi figli, e tutti gli animali che ci sono utili, rappresentati sul suo corpo. I leoni sarebbero naturalmente simbolo della sua enorme forza, come dea della natura e della fertilità.
Noi contestiamo decisamente questa interpretazione delle supposte mammelle. Considerando lo stile altamente evoluto e realistico dell'esecuzione, opera di un grande scultore ellenistico del quarto-terzo secolo a.C., escludiamo assolutamente che lo scultore avrebbe rappresentato delle mammelle senza capezzolo, come appaiono queste, che oltretutto non sono del colore scuro del resto della sua pelle, colore sicuramente simbolo della terra grassa e scura, simbolo della fertilità.
Qualcuno ha avanzato anche l'ipotesi che quelli siano scroti di toro, visto che le protomi di molti tori sono rappresentate sul corpo della dea, come se in una versione precedente della statua  la gente avesse avuto l'abitudine di appendere in offerta scroti di toro al collo della statua. Ma questa interpretazione ha una grave pecca: le "mammelle", oltre che del capezzolo, mancano anche della linea di demarcazione tra i due testicoli.
Allora la nostra interpretazione è questa: gli oggetti in questione dovevano rappresentare nel marmo le offerte di miele, contenuto in semplici budelli, che i devoti di Artemide usavano appendere al collo della statua di culto precedente, probabilmente in legno scuro. Infatti, tra gli animali domestici rappresentati sul vestito della dea, compaiono molte api, donatrici agli uomini di allora dell'unica fonte di zuccheri concentrati. La dea Artemide, che nella Grecia classica era una vergine lunare  cacciatrice e perciò accompagnata da un cervo e dal suo cane da caccia, in età arcaica (VI° sec. a.C.), come si vede in tutte le rappresentazioni vascolari corinzie e in numerose figurine votive in bronzo, era accompagnata invece da anitre, leoni e altri animali selvatici, che lei teneva per il collo in gesto di dominio. Infatti allora Artemide era alata, perché rappresentava la luna, che si libra in cielo come un uccello, ed era chiamata Potnìa Theròn, cioè in greco Signora degli Animali Selvatici.
Evidentemente la trasformazione dell'immagine arcaica di Artemide nei secoli era avanzata in direzioni diverse nella Grecia europea e nella Grecia microasiatica, assumendo in quest'ultima anche la competenza di Signora delle Api.
Secondo noi, dunque, il tipo iconografico della Artemide Efesina, (riprodotto in molti esemplari antichi pervenuti fino a noi, tra cui quello stupendo conservato al Museo Archeologico di Napoli) rappresentava una antichissima dea del cielo, il cui volto era la luna, che, dominando le acque delle maree ma anche quelle delle piogge, nutriva con il prezioso liquido che cadeva dal cielo la bella terra grassa e tutti gli animali utili all'uomo. Era a tutti gli effetti una dea Luna, una dea Madre premurosa nutrice, che aveva riunito in sè la caratteristica recente di dea degli animali da caccia (cervi) e dea degli animali domestici, senza però tradire la sua competenza forse più antica, quella di Dea del Miele.
-Fernanda Facciolli
    
Venezia, 2 Dicembre 2014.
 
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