Rialto Nova - Dittinna

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Rialto Nova

Venezia
CUORE E GENESI DI UNA CITTA’

Una ipotesi  ricostruttiva di Fernanda Facciolli.
In occasione della mostra di Emmet “Accenti Veneziani”,
Il Dictynneion Studio d’Arte, Venezia, 21 Giugno 2016 alle ore 18.

Le origini di Venezia si perdono nelle nebbie del tempo, ma ormai sappiamo per certo che il nucleo più antico della futura Venezia si trovava a cavallo dell’ansa più interna del Canal Grande, a Est e ad Ovest del futuro Ponte di Rialto.
Una prima informazione, del Chronicon Altinate, ci dice che nel V° secolo d.C. fu fondata la prima chiesa di Rivoalto (la futura Venezia), dedicata a S. Giacometo, costruita dal carpentiere Candioto il 25 Marzo del 421, che la edificò per ringraziamento di essersi miracolosamente salvato da un incendio. Ci dice anche che i primi insediamenti della città furono costruiti “nella zona di Rivoalto, essendo le uniche zone che affioravano dalla laguna”.
Una seconda informazione, da una lettera del VI° secolo d.C, scritta dal senatore romano Flavio Aurelio Cassiodoro, ci racconta che a quel tempo i Veneti stanziati in laguna costruivano le proprie case “alla maniera degli uccelli acquatici, con le barche legate fuori come se si trattasse di animali, vivendo di pesca e della raccolta del sale”.
Una terza informazione, da Giovanni Diacono, storico veneziano del X°-XI° secolo, ci dimostra che alla fine del X° secolo d. C.  la città di Rialto Nova aveva il palazzo del Governo nell’attuale sestiere di S. Marco e il Mercato nella zona degli attuali S. Bortolomio e S. Salvador, ma il Macello si trovava nell’isola al di là dell’acqua, l’attuale  Rialto, e probabilmente nella zona della Pescheria.
Una quarta informazione, in un documento del 1051, ci prova che a quell’epoca le due famiglie nobili Gradenigo e Orio avevano possedimenti nell’isola dell’attuale Rialto ed esisteva anche la chiesa di San Giovanni Elemosinario con l’annessa Scuola di S. Maria: a sud di queste si trovavano le proprietà dei Gradenigo, mentre a nord-est erano quelle degli Orio. Tutt’intorno si stendevano zone paludose e spazi vuoti, mentre all’estremo limite occidentale dell’isola c’era il macello.
Una quinta informazione, tramandataci dai Gradenigo intorno al XII° secolo, è quella che loro e i loro  antenati avevano bonificato dei territori paludosi dell’isolotto di Rialto, per costruirvi sopra le loro proprietà e nell’ XI° avevano bonificato la Piscina di S. Silvestro, oltre il canale omonimo, per finire nel XII° secolo con la bonifica della palude di sud-ovest e la costruzione della loro chiesa di S. Mattio.
Fin qui le informazioni storiche. Ma subito sorge una domanda: dov’era la chiesa di S. Mattio, oggi scomparsa? Alcuni storici, come Marco Bortoletto, la collocano in fondo al Campiello del Sole, al posto del blocco di case poste a Nord-est del campo. Ma noi dissentiamo, perché la toponomastica ci dice abbastanza chiaramente che la chiesa doveva trovarsi in Campiello S. Mattio, limitata ad est dalla Calle del Campaniel o della Sacrestia, e davanti alla Calle dell’Anzolo (dove si doveva trovare una statua di angelo, il simbolo di S. Matteo). La casa che prospetta il campiello S. Mattio ancora oggi possiede in facciata un portone importante con stipiti di marmo, tracce di un gran finestrone sopra a questo e, all’interno, un grande spazio come interno di chiesa, oggi adibito a magazzino; per non parlare della casa stretta e alta sull’angolo sud-est del campiello, probabile resto del “campaniel”.
Poi c’è un’altra domanda: se la prima chiesa cristiana di Rialto Nova, S. Giacometo, è stata costruita nell’isolotto di Rialto (secondo il Chronicon Altinate), come mai  il primo abitato, a parte il macello, è invece stato edificato nel sestiere di S. Marco (secondo Giovanni Diacono)? Perché non intorno alla sua prima chiesa, come sembrerebbe logico?
Per rispondere, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo.

Il mito, tramandatoci tra l’altro da Tito Livio, ci dice che gli antichi abitatori della laguna veneta e delle terre intorno alle coste Nord-ovest dell’Adriatico erano gli Eneti. Questi Eneti, intorno al XII° secolo a.C. stanziati in Paflagonia (sulle coste meridionali del Mar Nero), erano un popolo alleato dei Troiani durante la Guerra di Troia, che a seguito della disfatta per opera dei Greci si imbarcarono con il loro condottiero Antenore, approdarono alle coste  Nord-occidentali del mar Adriatico e colonizzarono le terre della campagna patavina, fondando le città di Padova e di Este, cacciandone gli Euganei.
I Greci non lasciarono però mai in pace gli Eneti, inseguendoli a più riprese in val Padana, come prova il racconto storico di Tito Livio sull’incursione armata dei Greci dello spartano  Cleonimo. Questo, intorno al IV° secolo a.C., con le sue navi  penetrò nella futura laguna di Venezia, imboccò il Brenta e lo risalì finchè la profondità del fiume lo permise alle sue grosse navi da mare, poi fece ancorare la flotta e proseguì a piedi con il suo esercito per conquistare la città di Padova. Non ci riuscì grazie all’accerchiamento dei Veneti patavini e dei Veneti Marittimi e se ne tornò in Grecia con solo un quinto della sua flotta.
Questi due racconti ci danno due indizi.
Il primo racconto ci dice che il fondatore di Padova, Antenore, il cui nome significherebbe in antico greco “Acqua dei Fiori” (da anthos= fiore e  nero=acqua) in realtà doveva essere il nome del loro fiume principale in Paflagonia, nome che i fuggitivi ridiedero al fiume che passava per Padova, il nostro Brenta.
Il secondo ci dice che, nel quarto secolo avanti Cristo, la laguna non era ancora così estesa da invadere con l’acqua salsa le isole della futura Venezia e che il futuro Canal Grande, scorrendo ancora su terre asciutte (il bradisismo positivo che oggi ci affonda era ancora agli inizi) era ancora il prolungamento dell’acqua dolce del Brenta. Infatti Cleonimo non si arenò affatto con le sue navi da mare sulle secche della laguna, ma riuscì a penetrare, probabilmente lungo il Canal Grande, fin quasi a Padova. Lo scenario, insomma, doveva essere ben diverso da quello che vide ottocento anni più tardi Cassiodoro, all’inizio della diffusione ufficiale del Cristianesimo.
Ma un  terzo indizio ce lo danno i più recenti studi sulle religioni dell’età del Bronzo nel Mediterraneo (da Maria Gimbutas a Robert Graves): per tutta la più remota antichità i nostri antenati onorarono la Luna come una divinità protettrice, dandole tantissimi nomi diversi, come ad esempio Eli (“Rotonda”), Elena, Medusa (che significa “la risplendente”). La onorarono anche nell’antichità storica, con nomi diversi e considerandola figlia del dio Padre Zeus o Giove (come le dee Artemide e Diana).
Un quarto indizio ci viene dal periegeta greco Pausania, il quale ci informa che nel II° secolo d. C, alle soglie dell’avvento ufficiale del cristianesimo, ancora esistevano nel mondo greco tre santuarii della dea lunare Dittinna, ancora in uso, uno nell’isola di Creta e due nel continente. Ce li descrive sulla sommità di una bassa collina, due di loro protesi in mare come su di un promontorio e alla foce di un fiume, e uno, quello di Sparta, circondato dalle acque dolci di un fiume più grosso e di altri rivoletti più piccoli, come si presentava nell’antichità l’isola di Rialto. Tutti e tre erano santuari a cielo aperto, coperti di alberi.  Ogni santuario di Dittinna si chiamava Dittinneion, come il nostro Studio d’Arte.
Poiché la Dea Luna era considerata Madre dell’acqua, sia dell’acqua del mare, che lei domina con le maree, sia di quella dolce, che ci fa scendere dal cielo sotto forma di pioggia, molto spesso il suo culto era legato al culto della pioggia e dei corsi d’acqua. Infatti Dittinna, letteralmente “La Signora della Rete” , era la dea della rete idrica che si forma sulle montagne e compagna di Artemide, altra dea lunare della fertilità.
Il quinto indizio è l’esistenza in tempi antichi, raccontataci da antichi scittori latini, alle falde del lago italiano di Nemi, del famoso santuario di Diana Nemorensis.
L’archeologia ci ha dimostrato l’esistenza in tempi tardo-antichi di strutture templari in pietra, ma alle origini anche questo era un santuario a cielo aperto. Un bosco sacro dedicato alla dea lunare Diana e inviolabile da ogni forma di violenza: nel santuario-asylum uomini e animali fuggitivi non potevano essere toccati dai loro inseguitori, essendo entrati nel temenos sacro ed essendo quindi sotto la tutela della dea.
Sesto indizio, forse il più importante, il fatto che il santuario della dea paleoveneta Reitia ad Este doveva essere un analogo “asylum”. Come hanno appurato gli archeologi, il santuario era originariamente a cielo aperto su di un’isola fluviale dell’Adige, e solo in epoca romana fu parzialmente edificato, con un portico colonnato in pietra.
Gli archeologi hanno recentemente trovato frammenti della statua di culto di Reitia, oggi conservata nel locale Museo: era a grandezza quasi naturale, in terracotta, e rappresentava la dea, vestita con abito forse lungo e un velo in testa. Sono anche stati trovati nel santuario piccoli altari delle offerte e i piedistalli in pietra, alcuni terminanti con un capitello architettonico (da cui forse l’uso veneto gergale di denominare “capitello” un altarino all’aperto con immagine sacra). Questi piedestalli sorreggevano degli ex-voto, statuine di persone e animali in bronzo o terracotta. Il santuario rimase in uso fino al III° secolo d. C.


Ecco dunque la mia ipotesi:
Forse a Padova nell’ Età del Bronzo il culto dell’eroe Antenore era stato invece il culto del Dio del fiume che passava di là e che permise di fatto la fondazione e il mantenimento dell’abitato.
Gli Eneti della Paflagonia, fuggendo da Troia, dovevano aver percorso, in un’epoca ancora più asciutta di quella di Cleonimo, il letto del Canal Grande, fermandosi per un primo rifornimento di acqua dolce sull’ansa del fiume all’altezza di Rialto e fondando per la prima volta un santuario per ringraziare una loro divinità della protezione in mare e dell’acqua dolce. Lo fondarono nel luogo più alto, dove sicuramente c’era un boschetto ricco di selvaggina.
A quei tempi l’isola di Rialto era limitata su due lati ad angolo retto dal fiume, futuro Canal Grande, sul terzo lato dal futuro rio delle Bacarie e sul quarto lato dal fututo rio di San Silvestro, ora Rio Terà S. Silvestro. Inoltre, molto probabilmente la nostra Ruga Rialto, ancora oggi tanto sinuosa, era un piccolo corso d’acqua, che scendeva dalla zona di S. Giacometo alla piscina S. Silvestro.
Molto probabilmente gli Eneti intitolarono il santuario alla Luna, forse con il nome di Cometo, in greco “la Chiomata”, alludendo alla testa della Medusa chiomata di capelli-serpenti-acque correnti. O forse con il nome di Iè o Ià, intendendo Colei che Getta la Pioggia (dal greco “iemì”, “mandare acqua”) o Colei che Lancia Frecce-fulmini (dal greco “ià”=”frecce”, secondo F. Montanari: Vocabolario della lingua greca, pag.984). Oppure con il doppio nome di Ie-cometo, la Chiomata che Manda Pioggia, o di Ia-cometo, la Chiomata che Lancia Fulmini, come dea dei benefici temporali. Insomma, una dea delle acque e della fertilità.
Probabilmente chiamarono il fiume suo figlio Acqua dei Fiori, Antenore, a causa dei numerosi fiori che sbocciavano in primavera lungo le sue sponde. Più avanti nei secoli  i veneti ormai latinizzati non compresero bene il suono greco Antos, “fiore” e capirono Alto e chiamarono il fiume Rio, cioè corso d’acqua, Alto, cioè Profondo. Arrivando poi a Rivo Alto, Riv’Alto, Rialto.
Probabilmente, come per il bosco sacro del Campidoglio di Roma, detto “asylum”, il santuario della dea Iacometo a Rivo Antos o Rivo Alto era un asilo, un luogo sacro per uomini e animali selvatici, che non dovevano essere molestati se si trovavano nel recinto della dea protettrice degli animali.
Quando arrivarono i Romani con la loro religione patriarcale, dovettero sostituire il culto di Iacometo con un culto di Diana, figlia di Giove e dea cacciatrice, e forse in quell’occasione le offerte di fiori e frutta del culto veneto-matriarcale furono sostituite da sacrifici cruenti di animali, che venivano uccisi e bruciati sugli altari fuori dal bosco sacro, alle pendici occidentali del colle di Rialto.
Nel quarto secolo dopo Cristo, a seguito dell’Editto di Teodosio che vietava il culto ai Pagani e autorizzava la loro persecuzione, i Cristiani si sentirono in diritto di dare alle fiamme il bosco sacro di Diana. Bruciarono tutti gli alberi sacri, ma forse uno o più si salvarono. Qualcuno, superstizioso, forse disse che era volere del Dio dei Cristiani che quell’albero si salvasse, per aiutare i cristiani ad edificare sul luogo del santuario pagano la prima chiesa cristiana, fatta con il legno di quello o quegli alberi. Forse nacque così il mito del carpentiere Candioto, che costruì la prima chiesa di Venezia nel V° secolo, dedicata a S. Giacomo, per soppiantare più facilmente l’antico culto di Iacometo.
In quell’epoca però la civiltà era afflitta dalle incursioni dei barbari e molte popolazioni venete si rifugiarono nella laguna: quelli di Altino si nascosero nei boschetti sacri cristiani o ancora pagani di Torcello, quelli di Padova, ridiscendendo il Brenta, corsero a rifugiarsi in quel che ricordavano come il santuario-asilo di Diana. Ma trovarono il bosco bruciato e al suo posto un monticello occupato dalla zona di S. Giacometo, inedificabile perché sacra al Dio dei Cristiani. Poco più in là, verso Sud e Ovest, la terra stava ormai impaludandosi, salvo forse la ex zona dell’altare dei sacrifici cruenti, che i Cristiani non avevano voluto e che era disponibile per tradizione per tenervi un mercato delle bestie. Le uniche terre asciutte e ancora non sacralizzate erano quelle al di là del fiume, nell’attuale zona di S. Bortolomio e S. Salvador e poi verso le vigne della futura piazza S. Marco, e lì costruirono il loro primo abitato fatto di legno e paglia, come ci descrive Cassiodoro nel VI° secolo. Lì svilupparono poi il Mercato Vecchio e il Palazzo del potere, come ci racconta Giovanni Diacono, mantenendo il macello nella zona degli antichi sacrifici cruenti, anche se si stava impaludando sempre più.

Il santuario di Iacometo-Diana-Giacometo cominciò ad essere abitato solo nel decimo secolo, quando i Gradenigo cominciarono a bonificare i terreni intorno e a costruire la chiesa di S. Giovanni Elemosinario, forse sul sito di un precedente tempietto di Giove, finchè costruirono nel XII° secolo la chiesa di S. Mattio (pronuncia veneta S. Matìo), forse sul luogo di un antico altare della dea madre Ma-tia (letteralmente “dea-madre”).
Immaginiamo dunque come doveva apparire nell’età paleoveneta la nostra zona di Rialto: al posto della prima chiesetta di S. Giacometto un’immagine in legno o terracotta della dea Luna posta su di un piedistallo ligneo, protetta dal sole e dalla pioggia da una piccola tettoia di legno e paglia. Forse la dea era vestita come la dea Reitia di Este, oppure come la dea delle Anitre e del Lupo dei tondi da Montebelluna (al Museo Civico di Treviso), con lo zendale in testa, abito lungo fino alle caviglie e una grande chiave preistorica in mano, simbolo del suo potere sulle acque. Intorno alla statua, i “capitelli” degli ex-voto e alcuni bassi altari delle offerte, coperti di fiori, frutta e semi, a cui liberamente si servivano gli animali sacri del santuario: cervi, cinghiali, lupi, uccelli di fiume e forse oche sacre come quelle di Giunone sul Campidoglio di Roma. Davanti, al posto dell’attuale campo S. Giacometto, molti alberi sacri, tra cui l’albero
Candioto, forse importato da Creta da uno dei devoti greci che frequentavano il santuario per ringraziare la dea di averli protetti dai perigli della navigazione. E ancora alberi, moltissimi alberi, a scendere dalla collina fino al fiume Antenore e molto oltre.
Insomma, un paradiso, abitato solo dalle sacerdotesse del santuario che vivevano in una capanna di canne e frasche, sul luogo dove duemila anni dopo sorgerà la scuola di S. Maria.



Emmet, 2016, Rialto Nova, mordente cm 16,25x24,5, originale della serie "Accenti Veneziani".


 
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