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		<title><![CDATA[Reablog]]></title>
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		<description><![CDATA[Conversazioni intorno al mito protostorico greco e all'Arte.]]></description>
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		<lastBuildDate>Tue, 20 Jun 2017 21:55:00 +0200</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[- L'enigmatica Sfinge di Tebe infine si palesa]]></title>
			<author><![CDATA[Fernanda Facciolli]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_sh2a1ub1"><div><a href="#" onclick="return false;" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'F.Facciolli&lt;br /&gt;La Sfinge di Tebe&lt;br /&gt;Acrilico su tela cm. 150x100, 2013', width: 180});" class="imAbbr imCssLink fleft inline-block"><img class="image-0 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/DSCN4733_800_web.jpg"  title="" alt=""/></a>Visitando la pianura del fiume Tenero che si stende ai piedi della collina di Tebe, a ovest dell’“isola”, Pausania si imbatte nel monte che si eleva a nord della piana e scrive:“…giungiamo al monte dal quale si dice che la Sfinge si lanciasse a rapire la gente e a ucciderla, ripetendo il suo indovinello. Alcuni però sostengono che essa, vagando da pirata con una flotta potente, si fermò nel mare di Antedone e, occupato questo monte, ne fece la base per le sue rapine, finché Edipo la uccise dopo averla sopraffatta grazie al numeroso esercito con cui era venuto da Corinto.” (l.IX, c.26, p.2).</div><div>Rizzo, nelle sue note a Pausania, spiega: “E’ il monte della Sfinge (m.565) dalle cui falde iniziava il lago Copaide. I Beoti lo chiamavano Ficio o Ficeo da Phix, beotico per Sphix, v. Esiodo,Teog. 326…”. “Il noto indovinello (Quale è l’animale che cammina su quattro piedi, su due e su tre. Risposta: l’uomo) è riferito in formulazioni diverse da Aten. 10, 465b; scol.Eur. Fen.50; scol. Licofr. 7;A.P. 14, 64; Apollod. Cit.”. “Secondo il mito la Sfinge, figlia di Echidna e di Tifone, era un “mostro montano” (Eur. Fen. 806)… “crudivoro”, con volto di donna, petto, zampe e coda di leone, ali d’aquila e artigli di grifo. L’interpretazione razionalistica… faceva della Sfinge una figlia bastarda di Laio (o di Ucalegonte e moglie di Macareo…o moglie di Cadmo abbandonata…che, presa dimora sul monte Ficio, assaliva e depredava (e uccideva) tutti coloro che passavano da quelle parti, cogliendoli in una imboscata. Le forme ferine le vennero attribuite perché era feroce come un leone, predatrice come un uccello rapace e perché superava in velocità tutti i predoni suoi compagni (Cadmei al suo seguito, secondo Palefato). Edipo (o un suo omonimo…), venuto con altri compagni a far parte della sua banda, …, la uccise e ne portò il cadavere su di un asino a Tebe.” (pag.397).</div><div>Trovo nel dizionario di F. Montanari che il beota Esiodo, nella sua Teogonia, chiama la Sfinge <i>Phix </i>(leggi “fics”), genitivo Fikòs. Poi, trovo che figòs, gen. figou significa “quercia” e che figoon voleva dire “querceto”, mentre Fighion era il nome del Fegio, un monte della Troade.</div><div>Ne deduco che il monte della Sfinge (<i>Sphgigx Sphiggos, </i><i>h</i>), lo Sfinghion, il monte beota di Tebe, era il monte “del querceto”, ricoperto di splendide querce, alberi simbolo della forza che viene donata dal cielo grazie alle acque.</div><div>Doveva essere ancora più bello e suggestivo del bosco sacro di Alalcomene e, poiché la sua propaggine occidentale sfiora le pendici orientali del massiccio del Vounio-Elicona-Parnaso, lo stretto passaggio tra la pianura di Tebe e quella di Orcomeno doveva essere facilmente controllabile da parte dei Tebani per sventare possibili invasioni da Ovest.</div><div>Oggi, sul monte Sfinge, sopra un valico percorso da una strada asfaltata che conduce ad Acrefnio, forse quella attraversata da Pausania, esiste ancora un monastero cristiano ortodosso dedicato a S.Giovanni Evangelista, in un punto ricco di sorgenti, indizio della probabile antica presenza di un santuario preistorico, forse dedicato alla Signora del Querceto o della Montagna. E’ possibile che da questo santuario scendesse veloce una guarnigione di Tebani ogni qual volta qualche straniero penetrava nella valle provenendo da Ovest o da Nord (Acrefnio). E’ anche possibile che le domande dei guardiani tebani agli stranieri (Chi siete? Dove andate? Cosa volete?) suonassero a quest’ultimi incomprensibili, come un indovinello. E che, alla mancata risposta degli stranieri, la guarnigione tebana, interpretandola come un rifiuto a rispondere da parte di spie o invasori, li scacciasse con la forza o addirittura li uccidesse. E’ anche possibile che ad un certo punto il presidio tebano sul monte Sfinge chiedesse ai pastori stranieri che transitavano di là un pagamento in natura per il“pedaggio” (come fecero i troiani sull’Ellesponto e i Romani sul guado del Tevere), guadagnandosi così la fama di pirati e predoni.</div><div>Interessante poi il particolare del mito classico in cui si dice che la Sfinge era a capo di una banda di briganti Cadmei e che Edipo era andato a far parte della sua banda; ma poi la uccise e la portò a Tebe a dorso d’asino. Che il re di Tebe a capo dell’armata tebana fosse un brigante di professione era sicuramente una invenzione calunniosa delle sue vittime. Forse all’inizio dell’età storica era ancora leggibile sul muro del santuario una pittura preistorica con la scena della Sfinge in groppa ad un asino e con un uomo, Edipo, che conduceva l’animale, interpretata come morte della predona. Ma il vero significato doveva essere invece il trionfo della dea Sfinge, che fa il suo ingresso trionfale in Tebe su di una Asina sacra, forse la dea Onca, con l’aiuto e il beneplacito del re di Tebe Edipo, mentre entra nella città attraverso la sua porta principale, la porta Elettra (o di Elettrione).</div><div>Ma resta ancora una domanda: perché la dea del cielo e della fertilità che aveva il suo santuario sul monte delle querce era stata rappresentata come un animale ibrido metà leonessa, metà donna, metà aquila? Si è risposto: “perché la leonessa è simbolo di forza, la donna simbolo di intelligenza simile a quella umana e l’aquila è l’emblema delle supreme altezze del cielo”.</div><div>Giusto, ma c’è dell’altro.</div><div><a href="#" onclick="return false;" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Ambelochori, Tebe.&lt;br /&gt;Il Monte Sfinghion come si vede dalla chiesa dei SS. Costantino ed Elena. in Ambelochori&lt;br /&gt;Del muso della &quot;leonessa-Sfinge&quot;, orientato a destra, si notano facilmente il nasino felino e le orecchie tese e abbassate in posizione di guardia, si vede anche l\'attacco delle ali tese a spiccare il volo dal lago Tenero, ora prosciugato. &lt;br /&gt;La chiesa non a caso è dedicata a due santi, madre e figlio, come il bosco sacro su cui si trova era quello di Demetra e Core.&lt;br /&gt;In secondo piano il sito sacro del Cabirion.', width: 180});" class="imAbbr imCssLink fleft inline-block"><img class="image-1 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/DSCN1171_500_web.jpg"  title="" alt=""/></a>Un giorno eravamo nella zona degli scavi archeologici del Cabirion, il santuario dei Cabiri citato da Pausania e posizionato sulle pendici delle alture che orlano da Sud la piana del Tenero e fronteggiano il monte della Sfinge. E allora la abbiamo vista. Abbiamo visto una scultura enorme, una montagna modellata dalla natura in forma di leonessa alata che sta per sorgere dalla pianura allargando le possenti ali. La testa guardava in là, verso il mare di Antedone, a Nordest di Tebe, un poco girata verso la sua ala destra per farci vedere bene il suo muso di madre leonessa che protegge i suoi cuccioli; le ali per metà uscite dalla piana, come se stesse emergendo da un pantano, il corpo ancora completamente sommerso. Uno spettacolo grandioso che ispirava reverenza. Era non sulla montagna della Sfinge, ma era la montagna stessa.</div><div>Ma c’è anche un altro luogo sacro da cui si riesce a vedere la sacra montagna per intero: davanti alla chiesa dei santi Costantino ed Elena (figlio e madre) ad Ambelochori, a monte del Cabirion, poco a Nord di Tachi. E’ possibile che il famoso bosco sacro di Demetra e Core visto da Pausania a Potnie si trovasse proprio qui, anche perché il nome Ambelochori può essere una corruzione di Amficore, cioè la doppia Core o le Due Signore.</div><div>Allora abbiamo capito che tutto aveva avuto origine nei tempi lontanissimi in cui gli uomini adoravano le montagne e non i simboli. La montagna coperta di querce era un animale vivente al pari della luna e del sole. Ma perché poi era stata dipinta con una testa di donna? L’unica testa che vedevamo era di leonessa. Dovevamo aspettare il giorno dopo.</div><div>Nella mattinata seguente ci siamo diretti con l’automobile verso la pianura Copaide, ad ovest di Tebe, e abbiamo imboccato la statale Tebe-Livadià che passa ora al centro di quella che nell’antichità era una zona acquitrinosa e forse malsana. <a href="#" onclick="return false;" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Piana del Tenero, veduta della parte centrale del Monte Sfinghion. &lt;br /&gt;La testa &quot;umana&quot; della montagna appare coricata. Si distinguono bene l\'occhio, il naso, la bocca e una piccola barba posticcia alla maniera egizia. A ben guardare si può intuire anche la presenza di un copricapo a tiara.&lt;br /&gt;Pare davvero il volto umano della Sfinge.', width: 180});" class="imAbbr imCssLink fright inline-block"><img class="image-2 fright" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/Dscn0285_500_web.jpg"  title="" alt=""/></a>Avvicinandoci al monte Sfinge, abbiamo visto la Signora da vicino e spostandoci da Est a Ovest dapprima abbiamo visto solo la sua ala destra, poi abbiamo cominciato a scorgere il muso puntato a Nordest, poi abbiamo sorpassato la sua “colonna vertebrale” e ci siamo girati all’indietro per salutarla, ma…a quel punto abbiamo visto il…”volto umano” della Sfinge. Nel massiccio che costituisce la sua testa il muso ferino non si vedeva più ma lei ci presentava un viso di donna di profilo e supino, che guardava verso l’alto. Era come se la Signora, per seguire i nostri spostamenti, avesse girato la testa verso la sua ala sinistra e ci guardasse in tralice. Questa volta rivelandoci la sua vera essenza, di dea della terra.</div><div>Pausania non ne parla, della montagna in forma di sfinge, e questo sicuramente perché lui seguiva la strada sottocosta, a causa della pericolosità di quella nella palude, e da quel punto di vista non si vede né la testa umana né quella di leonessa. Del resto, nessuno gliene aveva parlato, probabilmente perché il culto della montagna sacra si era perduto da più di un millennio ed era stata tramandata solo la storia della sua demonizzazione. Il ricordo, cioè, che era esistita una dea dal corpo mostruoso che difendeva i confini di Tebe, ma il cui culto non esisteva più perché essa era malvagia e comunque nemica degli stranieri.</div><div>Ancora un particolare: la Sfinge era stata moglie di Cadmo, segno che lei era stata la regina di Tebe e la sua divina Protettrice. E se Onca e Cadmo erano fenicio-egiziani, anche lei un po’ lo era.<br></div><div><br></div><div>Nel mio dipinto, ho umanizzato anch’io la montagna, ma non ne ho riprodotto l’aspetto reale (doppia testa umano-leonina e ali d’aquila), né l’ho rappresentata con l’icona classica che tutti conosciamo (testa umana, corpo di leone, ali di rapace), perché l’ho voluta effigiare all’egiziana (la dea egizia Sekmet aveva corpo di donna e testa di leonessa) e con ali d’uccello, come una dea delle altezze che guarda dal cielo la sua città prediletta e la protegge. Ho alluso all’abitato preistorico di Tebe con il cerchio crociato, in basso a destra, perché questo era il geroglifico egizio per “città”. E d’altronde, questa era davvero la forma delle</div><div>più antiche città del mondo: un cerchio di mura e due strade principali che si incrociavano al centro.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 19:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[- Susanna e i vecchioni, origini e inganni]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_rj3twlw6"><div class="imTACenter"><span class="fs16 cf1"><b>Susanna e i vecchioni di Jacopo Robusti detto il Tintoretto</b></span></div><div class="imTACenter"><i><span class="cf2">Susanna, riemersa ambiguamente dalle scrittura apocrife e condannata dalla Storia al ruolo di "oggetto" del desiderio maschile, cerca ora una impossibile riabilitazione.</span></i></div><div class="imTACenter"><i><br></i></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">Quando mi avvicino a un nuovo mito mi chiedo, ormai automaticamente, da dove proviene, luogo e origini, e se ha avuto un posto nella cultura orale prima che</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Storia" w:st="on" class="fs16"><span class="fs15 cf1">la Storia</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">se ne appropriasse definitivamente con la scrittura. Me lo chiedo perchè</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Storia" w:st="on" class="fs16"><span class="fs15 cf1">la Storia</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">è usa a rimodellare i miti, a rovesciarli e a ristrutturarli nell'immaginario collettivo, spesso idelebilmente. Lo fa nei propri interessi di potere, anche calpestando la verità, con ogni mezzo e attraverso tutte le arti.</span><br></div><div> </div><div><img class="image-0 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/susanna2_500_web.jpg"  title="" alt=""/><span class="fs15 cf1">Anche Susanna potrebbe essere passata attraverso questo giogo che l'ha portata ad essere la personificazione della brama e della concupiscenza maschile.</span></div><div><br></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">Partendo dai due "insidiosi" vecchietti, nell'opera di Tintoretto, ho provato a compiere un primo ri-ribaltamento: e se i due vecchietti fossero in verità non due guardoni bensì due guardiani, &nbsp;due vigili custodi di Susanna e della sua castità? Ecco allora che mi si è aperto un campo inesplorato di verità possibili.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E mi è venuto in mente l'Alcinoo dell'Odissea e i due cani a guardia del suo splendido palazzo, cani "senza vecchiezza e per sempre immortali", come scrive Omero (Od. VII 94).</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E poi mi è apparsa Nausica, sua figlia, e la sua stanza riccamente ornata;</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">e il giardino di Susann</span><span class="fs15 cf1">a mi ha ricordato da vicino il lussureggiante giardino del re dei Feaci (il loro nome significa "Luminosi"), oppure il "paradiso" degli Eroi greci, con il prato degli Asfodeli; se nel giardino di Alcinoo gli alberi hanno frutti maturi, freschi e lucenti tutto l'anno (Od. VII 117), allora in realtà il poeta parlava delle stelle, che brillano tutto l'anno e che nella loro forma disegnata (a cinque, sei od otto punte) sono simili a gigli.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E Susanna andava ben presto ad identificandosi con Nut, l'unica dea egizia ad essere rappresentata nuda, perchè era</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Dea" w:st="on"><span class="fs15 cf1">la Dea</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">del Cielo. Il suo corpo era a volte blu e punteggiato di stelle, altre volte giallo chiaro e punteggiato di fiori.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E il nome Susanna si scomponeva in Susa-Anna, dove Susa, capitale del regno</span><span class="fs15 cf1 ff1">elamita,</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">è la città dei gigli ("souson" in greco e "susan" in ebraico = giglio) e Anna significa Signora: così ho capito che Susanna (Signora dei Gigli), cioè una Signora delle Stelle, precedette di millenni il santo paleocristiano Sossi-Patros (Padre dei Gigli).</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E ho visto i gigli che in età cristiana ricoprirono le vesti di Aghia Cherchira (Santa Cercira) a Corfù, proprio come a Creta adornavano, in età minoica, il collo e le vesti della Dea minoica; lo stesso accadeva anche a Thera (Santorini), dove</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Signora" w:st="on"><span class="fs15 cf1">la &nbsp;Signora</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">di Acrotiri (v. pitture parietali) riceveva gigli in dono dalle sue sacerdotesse e portava una collana di questi fiori.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">E il candore della pelle del Principe dei Gigli al Museo Archeologico di Heraklion, (che non è di colore rossiccio come era convenzione iconografica nelle rappresentazioni maschili in Egitto, Creta e Santorini)</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">rivendica la sua ascendenza lunare.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">Velocemente si è fatta largo in me l'idea che Susanna era stata in origine</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Dea" w:st="on"><span class="fs15 cf1">la Dea</span></st1:personname><span class="fs15 cf1">del Cielo Notturno, il cui volto si riflette nella luna come in uno specchio, proprio come nello specchio magico la matrigna di Bia</span><span class="fs15 cf1">ncaneve cerca il suo vero volto. Lo dice anche il profeta Daniele nella Bibbia:</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">"</span><span class="fs15 cf1">...persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo..."</span><span class="fs15 cf3 ff2"> </span><span class="fs15 cf1">I patriarcali</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">dei paesi del mediterraneo orientale all'inizio del primo milllennio a.C. retrocessero</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Dea" w:st="on"><span class="fs15 cf1">la Dea</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">del Cielo, che non poteva essere</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">cancellata dalla notte, a dea simbolo dell'ero</span><span class="fs15 cf1">s, Venere, o a donna in carne e ossa, Susanna appunto, anche loro sempre rappresentate nude come Nut. Poi i patriarcali ebraici optarono per un unico dio, l'antico dio Javè che era stato uno dei tanti dei dell'epoca politeista.</span></div><div> </div><div><span class="fs15 cf1">Da questo momento in poi, nella storia della Casta Susanna, tutte le cose celesti che erano state un tempo adorate come divinità assumono una giustificazione terrena e umana: il cielo stellato diventa per metà l'acqua del bagno (che brilla di mille riflessi) e per l'altra giardino di fiori e frutti; i due antichi dei Luna e Sole diventano vecchi guardoni, le due falci di luna (Luna Crescente e Luna calante) diventano le due ancelle di Susanna. Ma non basta: la storia di Daniele prosegue con una storia di giustizia divina: si scoprono le false testimonianze chiedendo: "sotto quale albero è avvenuto il tradimento di Susanna con il fantomatico giovane amante?". Al che compaiono due alberi: il Leccio e il Lentisco. Questi dovevano essere stati parte importante del mito pagano preesistente, che descriveva la volta celeste, e dovevano essere due diverse interpretazioni del Grande Albero Sacro che costituisce con l'ombrello della sua chioma la volta stellata (costellata dei suoi frutti</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">lucenti). Infine,</span><span class="fs15 cf1"> </span><st1:personname productid="la Casta Susanna" w:st="on"><span class="fs15 cf1">la Casta Susanna</span></st1:personname><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">viene scagionata e i due vecchi calunniatori giustiziati (io credo con il taglio della testa). "Ecco perchè" si sarà detto "il sole e la luna sono solo due teste decollate".</span></div><div class="imTARight"><span class="fs13 cf4">Emmet</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 19 Jun 2017 12:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[- Il Dictynneion di Artemide Dittinna a Vathy]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0z1x8w39"><div><span class="cf1">Il promontorio sacro di Artemide Dittinna, affacciato sulla baia di Vathy, é uno dei pochi santuari di Dittinna oggi conosciuti. Il Dictynneion non è facilmente individuabile anche perchè non ci sono scavi o segnalazioni in loco. Probabilmente il santuario sorgeva ad Ageranòs, e più precisamente nei pressi dell'area dell'attuale cimitero; la scelta di seppellire i morti proprio qui è fortemente indiziaria della sacralità del luogo, anche in tempi precristiani. Il cimitero è facilmente raggiungibile dalla chiesa di Ageranòs, sorta sul punto più elevato del sacro promontorio. Anche la chiesa può celare il punto più prossimo al santuario di Dittinna, ho cercato a lungo e inutilmente qualche segno della sua presenza, sui muri della chiesa e tra la fitta vegetazione intorno, ho guardato con meraviglia l'albero che usciva dal muro absidale, attraversandolo letteralmente, "ecco l'albero sacro",</span><span class="cf1"> </span><span class="cf1">mi son detto. P</span><span class="cf1">oi, sbirciando dalle finestre della chiesa, purtroppo era chiusa, ho notato gli affreschi dell'interno, insolitamente affollati di angeli e arcangeli: ho pensato ad Agheranòs, A-gheranòs=senza gru. Oggi il promontorio non è frequentato dalle gru, gli uccelli che, come Dittinna, portano la vita, ma un tempo forse erano qui, messaggeri al seguito della Dea. Le gru messaggeri della dea come gli angeli e gli arcangeli messaggeri della divinità cristiana: una coincidenza e un indizio.</span></div><div><br></div><div><span class="cf1">A poca distanza da Ageranos c'é la città minoica di Las, è probabilmente la città, l'unica, che Pausania vide andando da Ghitio al Tenaro, la si raggiunge seguendo per un paio di chilometri il fiume che Pausania chiama &nbsp;Smeno (oggi Tourkovrisi), la cui foce si trova a nord, ai piedi del promontorio. Si può ben ipotizzare che il nome Smeno derivi dalla parola greca "mené", che significava "luna". I santuari della Dea Luna, in tempi storici, erano stati dedicati ad Artemide, divinità lunare, e alla sua amica ninfa Dictynna. Smeno è una parola che premette a "meno" (cioè "menè") la lettera "s", legata al significato di scorrere, come lo scorrere delle acque, o di strisciare. Quindi il fiume Smeno può essere correttamente inteso come il fiume della Luna o, più genericamente, il fiume dei Minos (ai minoici, il popolo cretese adoratore della Luna, risale la colonizzazione della Lakonia e qui essi avevano il loro approdo).</span></div><div><br></div><div><span class="cf1">Del fiume Smeno Pausania dice che la sua acqua è la più dolce a bersi tra quelle di ogni altro fiume...e a vederla sul posto sembra proprio così: trasparente e silenziosa.</span></div><div class="imTARight">Emmet</div><div><span class="cf1">Cfr. Pausania, Viaggio in Grecia, 3,24,9.</span></div><div><a href="https://www.google.it/maps/@36.6968786,22.5290253,389m/" onmouseover="x5engine.imTip.Show(this, { text: 'Lo trovi qui', width: 180});" class="imCssLink inline-block"><img class="image-0" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/02_disegno_fernanda_a_2_anni_micro.jpg"  title="" alt=""/></a><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 15:17:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--il-dictynneion-di-artemide-dittinna-a-vathy</link>
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			<title><![CDATA[- Gli uccelli stinfalidi]]></title>
			<author><![CDATA[Fernanda Facciolli]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=3__Eventi_e_Studi"><![CDATA[3  Eventi e Studi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_b4wsaiq1"><div><img class="image-2 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/stinfalidi_louvre_250_web.jpg"  title="" alt=""/>L'Arcadia è l'unica regione antica della Grecia peloponnesiaca a non essere bagnata dal mare, poiché si trova nel cuore della parte più montuosa della penisola di Pelope.<br></div><div>Era ancora abitata da pastori e cacciatori che vivevano in piccoli villaggi, quando alla fine dell'età del Bronzo, forse nel X° secolo a.C., i cosiddetti "eraclidi", forse con un sistema di vita &nbsp;basato su di una economia di agricoltura intensiva, la invase. Questa invasione storica non fu annotata per iscritto, perché in quell'epoca la civiltà micenea con la sua scrittura in "lineare A" e "lineare B" era ormai tramontata. Ma gli scrittori dell'età del ferro, con la nuova scrittura alfabetica, ci hanno tramandato un non ben precisato "ritorno degli Eraclidi", che sarebbero ridiscesi dai territori in cui li avevano cacciati i micenei. Sappiamo poco o niente della razza di questi Eraclidi, ma dovevano essere i famosi Dori e onoravano l'antico Eroe tebano Eracle con onori degni degli dei olimpici.</div><div></div><div>Anfora a figure rosse con la raffigurazione di Eracle e degli Uccelli del lago Stinfalo.</div><div><span class="fs16">Nacquero probabilmente allora i miti più antichi riferiti ad Eracle, quelli inseriti nell'elenco delle cosiddette "dodici fatiche", dipinte in innumerevoli pitture vascolari dell'epoca arcaica (VII-VI secolo a.C.). La prima fatica racconta che Eracle uccise un ferocissimo leone che infestava la zona di Nemea, città poco a Sud dello Stretto di Corinto, poi lo spellò e indossò la sua testa come copricapo e la pelle come veste.</span><br></div><div>La sesta fatica parla della cacciata da parte di Eracle dei ferocissimi "uccelli stinfalidi". <br>Ma vediamo cosa ci racconta il mito a noi pervenuto.</div><div>Il coltissimo periegeta (= viaggiatore) greco Pausania, nella sua descrizione dell'Arcadia del II° secolo d.C., scrive: "Sull'acqua dello Stinfalo (il lago Stinfalo, circondato da montagne sulle cui rive sorgeva la città di Stinfalo, n.d.r.) corre una leggenda riguardante degli uccelli divoratori di uomini, che un tempo sarebbero vissuti su questo lago.</div><div>Eracle, si racconta, uccise a colpi di freccia questi uccelli. Ma Pisandro di Camiro (fr. 4 Bern.) dice che non li uccise, ma li scacciò con lo strepito dei crotali (strumenti musicali a percussione, n.d.r.). Il deserto arabico, d'altra parte, oltre ad altri animali selvatici, presenta anche uccelli chiamati Stinfalidi, non meno feroci verso gli uomini dei leoni e dei leopardi.</div><div>Essi si abbattono in volo su quelli che vengono a dar loro la caccia e col becco li feriscono e li uccidono. Qualsiasi protezione di bronzo o di ferro gli uomini portino, gli uccelli riescono a perforarla; però, se i cacciatori si intrecciano spesse vesti di "fleo" (probabilmente la cosiddetta "canna di Ravenna", una graminacea nodosa, un tipo di canna piena che cresce in luoghi sabbiosi umidi, nota di salvatore Rizzo) i becchi degli uccelli Stinfalidi vengono trattenuti dalle vesti di fleo come le ali degli uccellini si impigliano nel vischio. Questi uccelli di cui parliamo sono grandi quanto le gru e somigliano agli ibis, ma i loro becchi sono più grandi e non curvi come quelli degli ibis." (Pausania, libro VIII, cap.12, par.5 e 6).</div><div>Naturalmente Pausania non fu il solo scrittore antico a raccontare il mito di Eracle e degli uccelli stinfalidi, ma poichè ai suoi tempi la versione più diffusa (ma non necessariamente la più corretta) diceva che egli li aveva uccisi prima spaventandoli con i crotali e poi uccidendoli a colpi di freccia, è particolarmente interessante l'anfora a figure nere qui riprodotta (500 a.C. Parigi, Museo del Louvre).</div><div>Si vede Eracle, con la testa del leone nemeo sul capo ma il resto della "leontè" sul braccio sinistro, indossato come scudo, far levare in volo degli uccelli simili ad anitre agitando dietro di sè una doppia corda da cui sembrano pendere due oggettini della grandezza di due nacchere ma dalla forma incomprensibile.</div><div>Potrebbero essere i crotali di bronzo fabbricati per lui, secondo qualche versione, da Efesto e consegnatigli dalla dea Atena (Maria Mavromataki, "Mitologia greca e culto", pag.160, ed Haitali, Atene 1997).</div><div>E' chiaro che la figura dell'Eroe Eracle non è un personaggio storico, ma un essere mitologico, vista anche la sua "onnipotenza" che oltre a dargli una forza sovrumana gli permetteva di compiere imprese titaniche in ogni parte del mondo conosciuto allora, cioè il Mediterraneo (dalla Spagna con le Colonne di Ercole alla Colchide con le imprese degli Argonauti). Ma cosa rappresentava allora?</div><div>Secondo noi, ha rappresentato in varii luoghi e in varie epoche cose diverse.</div><div>Montagne dalla forma particolare, sul lato sud-est del lago Stinfalo (che si intravede in lontananza alla sinistra della foto), nel mese di Luglio 2014.<br>Gli strati più vicini alla piana possono sembrare "becchi", il più impressionante dei quali è quello all'estrema sinistra. Gli strati più alti della montagna si possono "leggere" come ali.</div><div>Probabilmente, il suo mito è nato a Tebe in epoca antichissima, forse nel III° millennio a.C.,quando i primi abitatori della regione avevano una religione primitiva che adorava e ringraziava le forze della natura che permettevano la loro sopravvivenza.</div><div>Analogamente a ciò che avveniva in Egitto nel III° millennio a.C., in Beozia &nbsp;in quel periodo esistevano solo due o tre entità divine, immense ed immortali, e cioé la Terra (chiamata "Ma-ghè" in Grecia, "Gheb" in Egitto), il Cielo (chiamato Era, Ari o Arianna in Grecia, Nut in Egitto), il mare (Teti in Grecia, Tia-mat in Mesopotamia) e forse la Luna (detta "la testa") &nbsp;e il Sole ( in Egitto detto "occhio di Ra").</div><div>Avendo i popoli marinari osservato che la luna era responsabile, con la sua presenza, del gonfiarsi del mare (le maree), probabilmente essi attribuivano alla luna o alla dea Era (il cielo o letteralmente "colei che sta su" in greco) il potere di generare e far cadere l'acqua dolce (la pioggia).</div><div>Il grande studioso di miti greci Robert Graves &nbsp;("I miti Greci", ed Longanesi 1983, Milano) ci faceva notare che "Eroe" significava letteralmente "Figlio di Era". Cioè, aggiungiamo noi, figlio della Signora Cielo.</div><div>Ora, noi adesso, con interpretazione cristiana e biblica, intenderemmo "Cielo" con l'astrazione simbolo di Dio: ma per gli antichi dell'età del Bronzo doveva apparire come un Essere vivente grandissimo e potentissimo capace di creare le nuvole, la pioggia, i fulmini. Questo Essere non aveva aspetto umano né animale, ma una forma tutta sua, simile ad un enorme mantello sospeso sulle nostre teste, un mantello che di giorno appariva azzurro ma &nbsp;di notte rivelava la bellezza misteriosa di una distesa di stelle che, come pietre preziose cucite sul mantello di una regina, si spostavano tutte insieme con lo spostarsi del Cielo stesso.</div><div>La roccia "becco di passero" (nome attribuito dagli autori).</div><div>Del resto, sicuramente gli antichi Egizi lo vedevano così, il cielo, e lo rappresentarono nelle tombe dei faraoni come la dea Nut, simboleggiata da una donna nuda dal corpo blu cosparso di stelle; un corpo stilizzato al massimo e posto ad arco a sovrastare il corpo nudo maschile di Gheb, il Dio terra.</div><div>Orbene, se Era, letteralmente "Quella che sta sopra", era l'Essere divino con forma di mantello azzurro, con un occhio di sole e una testa che è la luna, gli Eroi, Figli di Era, dovevano essere forme di vita che scendono da lei, che da lei sono generate e si nutrono del suo "latte" materno da lei creato.</div><div>E poiché il liquido prezioso, vitale, che scende dal cielo è la pioggia, dovevano essere creature viventi fatte di pioggia, cioè di acqua. Cioè erano corsi d'acqua.</div><div>Se Eracle, come tutti gli Eroi, era un corso d'acqua, doveva aver avuto una fonte da cui nascere. Ma dov'era questa fonte?</div><div>Gli antichi scrittori ci informano che Eracle nacque a Tebe di Beozia, una regione greca a nord del Golfo di Corinto e ad ovest di Atene. Ma dicono anche che egli aveva un gemello, di nome Ificle. Ora, la città di Tebe è affiancata, ad est e ad ovest, da due corsi d'acqua simmetrici e simili, oggi purtroppo parzialmente coperti da strade asfaltate.</div><div>La loro madre si chiamava Alcmena, moglie di Anfitrione. Qui sembrerebbe che Era con entri affatto nella maternità di Eracle, ma poi ci dicono che Era cercò di uccidere Eracle per gelosia, poichè il vero padre di Eracle non era Anfitrione, ma Zeus che aveva assunto le sembianze di Anfitrione per unirsi all'ignara Alcmena. Era inviò perciò due serpenti per stritolare l'Eroe nella sua culla, ma il bimbo, più forte dei serpenti, li soffocò con le sue manine.</div><div>Questa scena del fanciullo Eracle che impugna per il collo due serpenti ci fa pensare al simbolismo fiume-serpente e ci conferma la vera essenza dell'Eroe come corso d'acqua, mentre il nome di Eracle, che Graves traduce &nbsp;con "Orgoglio di Era", appare in forte contrasto con il desiderio della dea del cielo di sopprimerlo (se era il suo orgoglio, perché mai voleva ucciderlo). &nbsp;</div><div>Il nome della madre di Eracle, poi, Alcmena, sembra composto dalle radici delle parole greche "Alcos" (="forte") e Mene (="luna"), significando dunque "Forte Luna". Quindi Eracle o era figlio del Cielo oppure figlio della Luna.<br>Inoltre, un altro mito racconta che una volta gli dei, per riconciliare il bimbo con Era, le posero Eracle al seno e lei, distratta, cominciò ad allattarlo; ma quando si accorse che il lattante era il frutto del tradimento di Zeus, lo allontanò dal petto bruscamente. Così facendo, il latte appena tirato dal suo capezzolo spruzzò un getto bianco sul cielo stellato e creò la cosiddetta "Via Lattea". Questa storia sembra creata in età tarda per giustificare le antichissime e ormai incomprensibili immagini pittoriche che rappresentavano la madre Era che allattava al seno suo figlio Eracle.</div><div>Insomma, se Eracle era, a seconda delle epoche, figlio di Era o della Luna (la testa della dea del cielo) e a causa della sua forza e bellezza era l'orgoglio della madre dei corsi d'acqua, è logico dedurre che egli fosse, come tutti gli Eroi, un fiume, dalla forza appunto sovrumana, sostanzialmente buono e utile, ma che a volte impazziva (v. il mito della pazzia di Eracle) e ammazzava, come fanno i grandi fiumi quando esondano.</div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div>La roccia "becco di passero" vista dal lago.</div><div>Gli Eraclidi dovevano essere stati in origine adoratori di un antico fiume chiamato "Orgoglio di Era", che però dopo uno o due millenni avevano dimenticato che le loro antiche immagini di un bimbo che tiene due serpenti erano la personificazione di un fiume che sembra un serpente con un fiume gemello e che quelle con l'uomo barbuto e fortissimo coperto della leontè erano la personificazione dello stesso fiume che, divenuto grosso a valle, possiede la forza di un leone. Credevano quindi di adorare un loro antenato semi-divino che aveva conquistato l'immortalità in base alle sue buone opere e non per il fatto che i fiumi sono eterni rispetto alla vita di un uomo o un animale.</div><div>Quando, forse dopo cinquecento anni dalla loro cacciata dall'Arcadia, tornarono a conquistarla, trovarono ad abitarla pescatori, cacciatori, pastori e contadini che coltivavano il loro orticello rispettando però a fondo la loro valle, il lago e il letto dei fiumi. Gli Eraclidi, invece, nel frattempo si erano "evoluti" in senso moderno e avevano imparato a sfruttare di più la terra modificando il paesaggio con opere ingegneristiche, come dighe per deviare il corso dei fiumi, o con il taglio dei boschi, per sfruttarne il terreno come campi agricoli, e con le bonifiche delle zone acquitrinose per recuperare terreno alla coltivazione.</div><div>Arrivati nella pianura del lago Stinfalo, trovarono un lago dalle acque basse, come si vede ancora oggi, che d'inverno è pescoso, e d'estate è un acquitrino invaso dalle canne palustri, ma tra le quali vivono anitre e molti altri uccelli. Non volendo usarlo per la pesca e per la caccia in palude, come facevano i suoi abitanti, decisero di prosciugarlo, deviando con dighe i corsi d'acqua che sboccano ancora adesso numerosissimi nel lago Stinfalo.</div><div>Negli scontri che inevitabilmente sorsero tra loro e gli Stinfalidi, gli Eraclidi portarono sicuramente in campo l'insegna del loro protettore, Eracle. E quando, superiori per tecnologia bellica, vinsero, attribuirono le loro vittorie al loro Eroe.</div><div>Quando ebbero prosciugato il lago, gli uccelli palustri morirono o emigrarono, non trovando più l'ambiente naturale atto a sostenerli. Gli Eraclidi, allora, cantando vittoria, raccontarono che grazie alla protezione del loro Eroe Eracle, gli uccelli nocivi erano stati scacciati o uccisi.</div><div>A queste storie risposero sicuramente gli antichi abitanti accusandoli di aver loro sottratto il lago per pescare e la palude per la caccia avicola; al che gli Eraclidi risposero mettendo in giro la voce che quegli uccelli dovevano essere eliminati, perchè erano creature "mostruose, con artigli e ali di bronzo e divoratori di uomini" (M. Mavromataki, op. cit., pag.160).</div><div>Ora, se è certo possibile che il mito del rumore dei crotali sia una interpretazione poetica o dettata dall'ignoranza dei rumori prodotti da lavori edili per deviare il corso degli affluenti del lago, da dove è venuta agli Eraclidi l'idea per inventare "Uccelli mostruosi" con artigli durissimi come il bronzo e ali dure come metallo che divoravano gli uomini? Solo corazze fatte di canne potevano fermare i loro becchi micidiali ma non ricurvi.</div><div><img class="image-0 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/stinfalo_01.jpg"  title="" alt=""/></div><div>Ebbene, il pittore Emmet ed io crediamo di aver svelato questo mistero.</div><div>Sul bordo sud-est della piana Stinfala, oggi rioccupata per buona parte dalle verdi canne del lago, si ergono alcune montagne dalla forma particolarissima, che non ha simili in tutta la valle. Sembrano ali di corvi in alcuni punti, ali d'aquila in altri e una grande roccia in particolare sembra in tutto e per tutto il becco mostruosamente grande di un uccellino tipo passero, ma un passero enorme che punta verso il cielo, come scontrandosi contro il letto di canne del lago. E proprio sotto quest'ultima roccia sgorgano ancora oggi, nascendo dalla piana Stinfalia, due fonti d'acqua dolce che si gettano nella palude lasciando un solco ben visibile dall'alto.</div><div>Quelle montagne, su cui si infrangevano le nuvole che generavano l'acqua delle fonti, &nbsp;devono aver dato molto da lavorare ai costruttori di dighe che cercavano di prosciugare il lago. Ma tanto davvero.</div><div>Per nostra consolazione, possiamo annunciarvi che alla fine a rinunciare devono essere stati i costruttori di dighe, se oggi gli uccelli palustri sono tornati ad abitare la palude e gli uomini sono tornati a pescare sulle loro barche nel lago Stinfalo.</div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div class="imTARight">_Fernanda Facciolli e Emmet.</div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div>Venezia, 5 Dicembre 2014.</div><div><br></div><div><div><span class="fs13">In apertura: vaso al Museo del Louvre, Parigi, 500 a.C.; segue vista dei monti Gavria (degli Sparti) che sovrastano il lago Stinfalo in Argolide, Peloponneso, Grecia.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 13:20:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--gli-uccelli-stinfalidi</link>
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			<title><![CDATA[- Arianna del cielo fecondo]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_1mvk7ydg"><div><span class="fs14.6667 cf1"><img class="image-0 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/P1080092_300_web.jpg"  title="" alt=""/>Nella mitologia greca classica, Arianna era la principessa cretese figlia di Minosse che aiutò Teseo ad uccidere il Minotauro dandogli il famoso filo; fuggita con lui da Creta con una nave verso Atene, fu però abbandonata nottetempo nell'isola di Nasso, dove fu trovata in pianto dal diio Dioniso e da lui sposata.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">In origine, Arianna è Ariadne che significa la Santissima; era perciò la grande dea creatrice del Cielo e della natura nella Creta pre-ellenica. Il mito della sua fuga da Creta in compagnia dell'ateniese Teseo e poi il suo abbandono nasconde la realtà storica della sopressione del suo culto da parte dei patriarcali elleni in Creta, ma non a Nasso, dove accettò il matrimonio rituale con le divinità dell'isola cicladica.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Il mito classico (leggi patriarcale) ammette anche che Dioniso la incoronò regina e poi pose la sua corona in cielo che diventò la costellazione della Corona Boreale o Corona di Arianna. Invece probabilmente, in origine, Arianna Regina, la grande dea, è sempre stata in cielo, visibile attraverso la sua corona, ma in tempi patriarcali, per evitare la soppressione del suo culto anche in Nasso, accettò suo figlio Dioniso come sposo, dichiarando che solo dall'unione del principio femminile con quello maschile poteva nascere la creazione.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Ecco che allora la coppia divina creava la nuova vegetazione annuale, quando Arianna la sposa giocava dondolandosi ai rami dell'albero Dioniso.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">In alcune popolazioni tribali attuali, le spose che desiderano un figlio si dondolano in altalena, offrendo il proprio corpo al vento, compiendo l'atto magico-rituale propiziatorio di una gravidanza. Anche nella Creta pre-ellenica doveva avvenire qualcosa di simile, se al Museo Archeologico di Eraklion esiste una statuina di terracotta di una dea che si dondola in altalena.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Jun 2017 20:12:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--arianna-del-cielo-fecondo</link>
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			<title><![CDATA[- Medusa Luna]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_57p71jy5"><div><img class="image-1 fleft" src="http://www.fernandafacciolli.it/images/Medusa_300_web_nxiw2n37.jpg"  title="" alt=""/><span class="fs14">Noi siamo abituati a pensare alla Medusa come ad un mostro mitologico dal volto orrendo che con il suo solo sguardo pietrificava chi lo guardava. Per impedirle di nuocere ancora, un bel giorno, dice il mito greco, l'eroe Perseo la decapitò e donò la pericolosa testa mozzata alla dea Atena, che se la appese al petto e ne fece il suo emblema. Dal tempio di Selinunte al Perseo di Benvenuto Cellini e fino al Canova, la Medusa è stata rappresentata come una creatura sconfitta, la cui testa anguicrinita costituisce il trofeo di Perseo che la esibisce con orgoglio e minaccia con questa di pietrificarci.</span></div><div><br></div><div><span class="fs14">Ebbene, la Medusa di Corcira (antica Corfù) campeggiava invece al centro del frontone del tempio arcaico di Artemide in posizione trionfante. Possiede sempre una testa strana, certo non umana, porta due serpenti ai lati delle orecchie e due in cintura, sfoggia piedi alati e corre piena di vigore da sinistra a destra. Alla sua sinistra un cavallino alato, certo il figlio Pegaso, le pone affettuosamente le zampe anteriori sulla spalla; alla sua destra un bimbo, certo il figlio Crisaore, la onora. Ai lati della scena due leonesse, simboli di forza e potenza, stanno accucciate in posizione araldica. Qui a Corcira (antica Corfù), non solo la Medusa era intera, sana e vittoriosa, ma le era stato dedicato addirittura un tempio in condivisione con la dea lunare Artemide. Segno che a quel tempo a Corcira ella era una dea, una dea Luna, di cui il suo corpo umano portava la "testa".</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Jun 2017 20:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[- Equilibrio ed armonia]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=2_Arte_e_Artifici"><![CDATA[2 Arte e Artifici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_133jez13"><div><span class="fs15 cf1">Con Rodolfo Fincato, maestro di trasparenze luminose e percezioni allusive che sanno mettere in azione la fantasia,</span><span class="fs15 cf1"> </span><span class="fs15 cf1">&lt;qui le sue opere&gt;</span><span class="fs15 cf1">, abbiamo parlato di composizione figurativa.</span><br></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Un solo elemento compositivo, spiega Fincato, spinge lo spettatore ad entrare direttamente in relazione con ciò che osserva, a rispecchiarvisi in modo dialettico. E' la scelta preferita dal maestro nei suoi lavori a tuttotondo ed é la più frequentata in scultura.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">D'altra parte, due elementi, nella stessa composizione, innescano una sorta di dialogo tra di loro, lasciando fuori lo spettatore che diventa, quindi, testimone silenzioso di ciò che accade.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Quando, nella composizione, entra in campo un terzo elemento, solitamente in sordina, e basta poco, si crea scompiglio e inquietudine, abbastanza per smuovere anche le situazioni più statiche e fredde e allenare la curiosità.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Un solo elemento ripetuto, aggiungo io, dà luogo a ossessione e ansia, o conduce a un abbandono distaccato.</span></div><div><span class="fs14.6667 cf1">Molti elementi insieme, peraltro, richiedono legami e decodifiche, in questo caso c'è poco spazio per il libero arbitrio e all'appagamento leggero si sostituisce la fatica, e la soddisfaziione, della conoscenza e della ricerca.</span></div><div><i><span class="fs15 cf1">Venezia, da Inguanotto e alle Burchielle, Giugno 2017</span></i></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 Jun 2017 20:06:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--equilibrio-ed-armonia</link>
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			<title><![CDATA[- Rialto Nova: cuore e genesi di una città.]]></title>
			<author><![CDATA[Fernanda Facciolli]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=3__Eventi_e_Studi"><![CDATA[3  Eventi e Studi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_e3bn4966"><div><b>RIALTO NOVA: CUORE E GENESI DI UNA CITTA’</b></div><div>Una ipotesi &nbsp;ricostruttiva di Fernanda Facciolli.</div><div>In occasione della mostra di Emmet “Accenti Veneziani”,</div><div>Il Dictynneion Studio d’Arte, Venezia, 21 Giugno 2016 alle ore 18.</div><div><br></div><div><br></div><div>Le origini di Venezia si perdono nelle nebbie del tempo, ma ormai sappiamo per certo che il nucleo più antico della futura Venezia si trovava a cavallo dell’ansa più interna del Canal Grande, a Est e ad Ovest del futuro Ponte di Rialto.</div><div>Una prima informazione, del Chronicon Altinate, ci dice che nel V° secolo d.C. fu fondata la prima chiesa di Rivoalto (la futura Venezia), dedicata a S. Giacometo, costruita dal carpentiere Candioto il 25 Marzo del 421, che la edificò per ringraziamento di essersi miracolosamente salvato da un incendio. Ci dice anche che i primi insediamenti della città furono costruiti “nella zona di Rivoalto, essendo le uniche zone che affioravano dalla laguna”.</div><div>Una seconda informazione, da una lettera del VI° secolo d.C, scritta dal senatore romano Flavio Aurelio Cassiodoro, ci racconta che a quel tempo i Veneti stanziati in laguna costruivano le proprie case “alla maniera degli uccelli acquatici, con le barche legate fuori come se si trattasse di animali, vivendo di pesca e della raccolta del sale”.</div><div>Una terza informazione, da Giovanni Diacono, storico veneziano del X°-XI° secolo, ci dimostra che alla fine del X° secolo d. C. &nbsp;la città di Rialto Nova aveva il palazzo del Governo nell’attuale sestiere di S. Marco e il Mercato nella zona degli attuali S. Bortolomio e S. Salvador, ma il Macello si trovava nell’isola al di là dell’acqua, l’attuale &nbsp;Rialto, e probabilmente nella zona della Pescheria.</div><div>Una quarta informazione, in un documento del 1051, ci prova che a quell’epoca le due famiglie nobili Gradenigo e Orio avevano possedimenti nell’isola dell’attuale Rialto ed esisteva anche la chiesa di San Giovanni Elemosinario con l’annessa Scuola di S. Maria: a sud di queste si trovavano le proprietà dei Gradenigo, mentre a nord-est erano quelle degli Orio. Tutt’intorno si stendevano zone paludose e spazi vuoti, mentre all’estremo limite occidentale dell’isola c’era il macello.</div><div>Una quinta informazione, tramandataci dai Gradenigo intorno al XII° secolo, è quella che loro e i loro &nbsp;antenati avevano bonificato dei territori paludosi dell’isolotto di Rialto, per costruirvi sopra le loro proprietà e nell’ XI° avevano bonificato la Piscina di S. Silvestro, oltre il canale omonimo, per finire nel XII° secolo con la bonifica della palude di sud-ovest e la costruzione della loro chiesa di S. Mattio.</div><div> </div><div>Fin qui le informazioni storiche. Ma subito sorge una domanda: dov’era la chiesa di S. Mattio, oggi scomparsa? Alcuni storici, come Marco Bortoletto, la collocano in fondo al Campiello del Sole, al posto del blocco di case poste a Nord-est del campo. Ma noi dissentiamo, perché la toponomastica ci dice abbastanza chiaramente che la chiesa doveva trovarsi in Campiello S. Mattio, limitata ad est dalla Calle del Campaniel o della Sacrestia, e davanti alla Calle dell’Anzolo (dove si doveva trovare una statua di angelo, il simbolo di S. Matteo). La casa che prospetta il campiello S. Mattio ancora oggi possiede in facciata un portone importante con stipiti di marmo, tracce di un gran finestrone sopra a questo e, all’interno, un grande spazio come interno di chiesa, oggi adibito a magazzino; per non parlare della casa stretta e alta sull’angolo sud-est del campiello, probabile resto del “campaniel”.</div><div>Poi c’è un’altra domanda: se la prima chiesa cristiana di Rialto Nova, S. Giacometo, è stata costruita nell’isolotto di Rialto (secondo il Chronicon Altinate), come mai &nbsp;il primo abitato, a parte il macello, è invece stato edificato nel sestiere di S. Marco (secondo Giovanni Diacono)? Perché non intorno alla sua prima chiesa, come sembrerebbe logico? </div><div>Per rispondere, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo.</div><div><br></div><div>Il mito, tramandatoci tra l’altro da Tito Livio, ci dice che gli antichi abitatori della laguna veneta e delle terre intorno alle coste Nord-ovest dell’Adriatico erano gli Eneti. Questi Eneti, intorno al XII° secolo a.C. stanziati in Paflagonia (sulle coste meridionali del Mar Nero), erano un popolo alleato dei Troiani durante la Guerra di Troia, che a seguito della disfatta per opera dei Greci si imbarcarono con il loro condottiero Antenore, approdarono alle coste &nbsp;Nord-occidentali del mar Adriatico e colonizzarono le terre della campagna patavina, fondando le città di Padova e di Este, cacciandone gli Euganei.</div><div>I Greci non lasciarono però mai in pace gli Eneti, inseguendoli a più riprese in val Padana, come prova il racconto storico di Tito Livio sull’incursione armata dei Greci dello spartano &nbsp;Cleonimo. Questo, intorno al IV° secolo a.C., con le sue navi &nbsp;penetrò nella futura laguna di Venezia, imboccò il Brenta e lo risalì finchè la profondità del fiume lo permise alle sue grosse navi da mare, poi fece ancorare la flotta e proseguì a piedi con il suo esercito per conquistare la città di Padova. Non ci riuscì grazie all’accerchiamento dei Veneti patavini e dei Veneti Marittimi e se ne tornò in Grecia con solo un quinto della sua flotta.</div><div>Questi due racconti ci danno due indizi.</div><div> Il primo racconto ci dice che il fondatore di Padova, Antenore, il cui nome significherebbe in antico greco “Acqua dei Fiori” (da anthos= fiore e &nbsp;nero=acqua) in realtà doveva essere il nome del loro fiume principale in Paflagonia, nome che i fuggitivi ridiedero al fiume che passava per Padova, il nostro Brenta. </div><div>Il secondo ci dice che, nel quarto secolo avanti Cristo, la laguna non era ancora così estesa da invadere con l’acqua salsa le isole della futura Venezia e che il futuro Canal Grande, scorrendo ancora su terre asciutte (il bradisismo positivo che oggi ci affonda era ancora agli inizi) era ancora il prolungamento dell’acqua dolce del Brenta. Infatti Cleonimo non si arenò affatto con le sue navi da mare sulle secche della laguna, ma riuscì a penetrare, probabilmente lungo il Canal Grande, fin quasi a Padova. Lo scenario, insomma, doveva essere ben diverso da quello che vide ottocento anni più tardi Cassiodoro, all’inizio della diffusione ufficiale del Cristianesimo.</div><div>Ma un &nbsp;terzo indizio ce lo danno i più recenti studi sulle religioni dell’età del Bronzo nel Mediterraneo (da Maria Gimbutas a Robert Graves): per tutta la più remota antichità i nostri antenati onorarono la Luna come una divinità protettrice, dandole tantissimi nomi diversi, come ad esempio Eli (“Rotonda”), Elena, Medusa (che significa “la risplendente”). La onorarono anche nell’antichità storica, con nomi diversi e considerandola figlia del dio Padre Zeus o Giove (come le dee Artemide e Diana). </div><div>Un quarto indizio ci viene dal periegeta greco Pausania, il quale ci informa che nel II° secolo d. C, alle soglie dell’avvento ufficiale del cristianesimo, ancora esistevano nel mondo greco tre santuarii della dea lunare Dittinna, ancora in uso, uno nell’isola di Creta e due nel continente. Ce li descrive sulla sommità di una bassa collina, due di loro protesi in mare come su di un promontorio e alla foce di un fiume, e uno, quello di Sparta, circondato dalle acque dolci di un fiume più grosso e di altri rivoletti più piccoli, come si presentava nell’antichità l’isola di Rialto. Tutti e tre erano santuari a cielo aperto, coperti di alberi. &nbsp;Ogni santuario di Dittinna si chiamava Dittinneion, come il nostro Studio d’Arte.</div><div>Poiché la Dea Luna era considerata Madre dell’acqua, sia dell’acqua del mare, che lei domina con le maree, sia di quella dolce, che ci fa scendere dal cielo sotto forma di pioggia, molto spesso il suo culto era legato al culto della pioggia e dei corsi d’acqua. Infatti Dittinna, letteralmente “La Signora della Rete” , era la dea della rete idrica che si forma sulle montagne e compagna di Artemide, altra dea lunare della fertilità.</div><div>Il quinto indizio è l’esistenza in tempi antichi, raccontataci da antichi scittori latini, alle falde del lago italiano di Nemi, del famoso santuario di Diana Nemorensis.</div><div>L’archeologia ci ha dimostrato l’esistenza in tempi tardo-antichi di strutture templari in pietra, ma alle origini anche questo era un santuario a cielo aperto. Un bosco sacro dedicato alla dea lunare Diana e inviolabile da ogni forma di violenza: nel santuario-asylum uomini e animali fuggitivi non potevano essere toccati dai loro inseguitori, essendo entrati nel temenos sacro ed essendo quindi sotto la tutela della dea. </div><div>Sesto indizio, forse il più importante, il fatto che il santuario della dea paleoveneta Reitia ad Este doveva essere un analogo “asylum”. Come hanno appurato gli archeologi, il santuario era originariamente a cielo aperto su di un’isola fluviale dell’Adige, e solo in epoca romana fu parzialmente edificato, con un portico colonnato in pietra. Gli archeologi hanno recentemente trovato frammenti della statua di culto di Reitia, oggi conservata nel locale Museo: era a grandezza quasi naturale, in terracotta, e rappresentava la dea, vestita con abito forse lungo e un velo in testa. Sono anche stati trovati nel santuario piccoli altari delle offerte e i piedistalli in pietra, alcuni terminanti con un capitello architettonico (da cui forse l’uso veneto gergale di denominare “capitello” un altarino all’aperto con immagine sacra). Questi piedestalli sorreggevano degli ex-voto, statuine di persone e animali in bronzo o terracotta. Il santuario rimase in uso fino al III° secolo d. C.</div><div><br></div><div><br></div><div>Ecco dunque la mia ipotesi:</div><div>Forse a Padova nell’ Età del Bronzo il culto dell’eroe Antenore era stato invece il culto del Dio del fiume che passava di là e che permise di fatto la fondazione e il mantenimento dell’abitato. </div><div>Gli Eneti della Paflagonia, fuggendo da Troia, dovevano aver percorso, in un’epoca ancora più asciutta di quella di Cleonimo, il letto del Canal Grande, fermandosi per un primo rifornimento di acqua dolce sull’ansa del fiume all’altezza di Rialto e fondando per la prima volta un santuario per ringraziare una loro divinità della protezione in mare e dell’acqua dolce. Lo fondarono nel luogo più alto, dove sicuramente c’era un boschetto ricco di selvaggina. </div><div>A quei tempi l’isola di Rialto era limitata su due lati ad angolo retto dal fiume, futuro Canal Grande, sul terzo lato dal futuro rio delle Bacarie e sul quarto lato dal fututo rio di San Silvestro, ora Rio Terà S. Silvestro. Inoltre, molto probabilmente la nostra Ruga Rialto, ancora oggi tanto sinuosa, era un piccolo corso d’acqua, che scendeva dalla zona di S. Giacometo alla piscina S. Silvestro. </div><div> Molto probabilmente gli Eneti intitolarono il santuario alla Luna, forse con il nome di Cometo, in greco “la Chiomata”, alludendo alla testa della Medusa chiomata di capelli-serpenti-acque correnti. O forse con il nome di Iè o Ià, intendendo Colei che Getta la Pioggia (dal greco “iemì”, “mandare acqua”) o Colei che Lancia Frecce-fulmini (dal greco “ià”=”frecce”, secondo F. Montanari: Vocabolario della lingua greca, pag.984). Oppure con il doppio nome di Ie-cometo, la Chiomata che Manda Pioggia, o di Ia-cometo, la Chiomata che Lancia Fulmini, come dea dei benefici temporali. Insomma, una dea delle acque e della fertilità.</div><div>Probabilmente chiamarono il fiume suo figlio Acqua dei Fiori, Antenore, a causa dei numerosi fiori che sbocciavano in primavera lungo le sue sponde. Più avanti nei secoli &nbsp;i veneti ormai latinizzati non compresero bene il suono greco Antos, “fiore” e capirono Alto e chiamarono il fiume Rio, cioè corso d’acqua, Alto, cioè Profondo. Arrivando poi a Rivo Alto, Riv’Alto, Rialto.</div><div>Probabilmente, come per il bosco sacro del Campidoglio di Roma, detto “asylum”, il santuario della dea Iacometo a Rivo Antos o Rivo Alto era un asilo, un luogo sacro per uomini e animali selvatici, che non dovevano essere molestati se si trovavano nel recinto della dea protettrice degli animali.</div><div>Quando arrivarono i Romani con la loro religione patriarcale, dovettero sostituire il culto di Iacometo con un culto di Diana, figlia di Giove e dea cacciatrice, e forse in quell’occasione le offerte di fiori e frutta del culto veneto-matriarcale furono sostituite da sacrifici cruenti di animali, che venivano uccisi e bruciati sugli altari fuori dal bosco sacro, alle pendici occidentali del colle di Rialto.</div><div>Nel quarto secolo dopo Cristo, a seguito dell’Editto di Teodosio che vietava il culto ai Pagani e autorizzava la loro persecuzione, i Cristiani si sentirono in diritto di dare alle fiamme il bosco sacro di Diana. Bruciarono tutti gli alberi sacri, ma forse uno o più si salvarono. Qualcuno, superstizioso, forse disse che era volere del Dio dei Cristiani che quell’albero si salvasse, per aiutare i cristiani ad edificare sul luogo del santuario pagano la prima chiesa cristiana, fatta con il legno di quello o quegli alberi. Forse nacque così il mito del carpentiere Candioto, che costruì la prima chiesa di Venezia nel V° secolo, dedicata a S. Giacomo, per soppiantare più facilmente l’antico culto di Iacometo.</div><div>In quell’epoca però la civiltà era afflitta dalle incursioni dei barbari e molte popolazioni venete si rifugiarono nella laguna: quelli di Altino si nascosero nei boschetti sacri cristiani o ancora pagani di Torcello, quelli di Padova, ridiscendendo il Brenta, corsero a rifugiarsi in quel che ricordavano come il santuario-asilo di Diana. Ma trovarono il bosco bruciato e al suo posto un monticello occupato dalla zona di S. Giacometo, inedificabile perché sacra al Dio dei Cristiani. Poco più in là, verso Sud e Ovest, la terra stava ormai impaludandosi, salvo forse la ex zona dell’altare dei sacrifici cruenti, che i Cristiani non avevano voluto e che era disponibile per tradizione per tenervi un mercato delle bestie. Le uniche terre asciutte e ancora non sacralizzate erano quelle al di là del fiume, nell’attuale zona di S. Bortolomio e S. Salvador e poi verso le vigne della futura piazza S. Marco, e lì costruirono il loro primo abitato fatto di legno e paglia, come ci descrive Cassiodoro nel VI° secolo. Lì svilupparono poi il Mercato Vecchio e il Palazzo del potere, come ci racconta Giovanni Diacono, mantenendo il macello nella zona degli antichi sacrifici cruenti, anche se si stava impaludando sempre più.</div><div><br></div><div>Il santuario di Iacometo-Diana-Giacometo cominciò ad essere abitato solo nel decimo secolo, quando i Gradenigo cominciarono a bonificare i terreni intorno e a costruire la chiesa di S. Giovanni Elemosinario, forse sul sito di un precedente tempietto di Giove, finchè costruirono nel XII° secolo la chiesa di S. Mattio (pronuncia veneta S. Matìo), forse sul luogo di un antico altare della dea madre Ma-tia (letteralmente “dea-madre”). </div><div>Immaginiamo dunque come doveva apparire nell’età paleoveneta la nostra zona di Rialto: al posto della prima chiesetta di S. Giacometto un’immagine in legno o terracotta della dea Luna posta su di un piedistallo ligneo, protetta dal sole e dalla pioggia da una piccola tettoia di legno e paglia. Forse la dea era vestita come la dea Reitia di Este, oppure come la dea delle Anitre e del Lupo dei tondi da Montebelluna (al Museo Civico di Treviso), con lo zendale in testa, abito lungo fino alle caviglie e una grande chiave preistorica in mano, simbolo del suo potere sulle acque. Intorno alla statua, i “capitelli” degli ex-voto e alcuni bassi altari delle offerte, coperti di fiori, frutta e semi, a cui liberamente si servivano gli animali sacri del santuario: cervi, cinghiali, lupi, uccelli di fiume e forse oche sacre come quelle di Giunone sul Campidoglio di Roma. Davanti, al posto dell’attuale campo S. Giacometto, molti alberi sacri, tra cui l’albero Candioto, forse importato da Creta da uno dei devoti greci che frequentavano il santuario per ringraziare la dea di averli protetti dai perigli della navigazione. E ancora alberi, moltissimi alberi, a scendere dalla collina fino al fiume Antenore e molto oltre.</div><div>Insomma, un paradiso, abitato solo dalle sacerdotesse del santuario che vivevano in una capanna di canne e frasche, sul luogo dove duemila anni dopo sorgerà la scuola di S. Maria. </div><div><br></div><div><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 29 Jun 2016 14:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[- Troia non è mai stata così vicina]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=3__Eventi_e_Studi"><![CDATA[3  Eventi e Studi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8w7y88u0"><div>Non avevo mai visto da vicino la collina di Hissarlik. Non avevo ancora letto i versi dell’ira funesta del Pelìde Achille. In quei tempi antichi, così devastati dal medioevo ellenico, ben poca gente si incontrava, ancora, lungo le piane gloriose dell’Argolide o tra i monti delle Muse, dove regnava Bìotìa, <st1:personname productid="la Dea" w:st="on" class="fs16">la Dea</st1:personname> della vita.</div><div> &nbsp;</div><div><span class="fs16">Si incontravano modesti villaggi, di case fatte di argilla e paglia di canne, e non passavano inosservati i resti imponenti di due città: Micene e Atene di Beozia. C’era proprio da chiedersi che cosa ci facessero lì quelle mura possenti: realizzate da chi e abbattute da quali eventi?</span></div><div> &nbsp;</div><div>Chiedendo in giro, agli abitanti dei villaggi intorno a Tirinto, ti rispondevano “ma tutti sanno che sono stati i Ciclopi a costruire Micene”. Ah, ecco allora chi ha costruito la città di Aga-memnon! Sì, sono stati proprio loro, gli adoratori del Sole e della Luna, o, per meglio dire, i devoti dei rotondi (ciclo) occhi (opi) dei due cieli, quello diurno e quello notturno: loro, gli…Egizi, quelli di…Giza. E il pensiero ora va istantaneamente a Mikerino e alla sua piramide, e poi al lavoro e alle "macchine" che hanno consentito tanta temerarietà architettonica, a quei meccanico-costruttori, che ora abbiamo imparato a chiamare Mykēnai, Micenei, e alla loro città, Micene. </div><div> &nbsp;</div><div> </div><div><span class="fs16">Adesso andiamo verso nord, passiamo l’Istmo di Corinto, arriviamo in breve a Mègara e scolliniamo il Citerone, la strada più breve per Tebe. Dall’alto del Citerone, dalla città di Eritre, dominiamo l’attuale piana Copaide attraversata dal bel fiume Cefiso; un tempo non lontano, questa era il lago Copaide, per Pausania era il lago Cefiside. Ma ai tempi che io conoscevo non era così: il lago alluvionale non si era ancora formato e la vallata ubertosa era attraversata da un fiume che chiamavamo Ylissos e Ylio chiamavamo la sua valle. Del dissesto idrogeologico successivo, quello creato dal diluvio di Deucalione, resta ancora una buona traccia fisica e onomastica: é il lago Yliki, e lo si vede bene, subito ad est della Copaide.</span></div><div> &nbsp;</div><div>Il mio Ylissos bagnava tre antiche città: Orchomenos, Aliartos e Tebe, ma l’Ylissos, o meglio un suo affluente, bagnava anche Athina (Atene di Beozia!) ed Eleusi di Beozia, città di cui si sono perse, oggi, le tracce. </div><div> </div><div>Ricostruire il bacino idrogeologico dell’Ylissos è nel nostro tempo problematico, ma non impossibile. A ogni buon conto, in questa parte della conversazione, ci occuperemo unicamente di Atene di Beozia.</div><div><br></div><div><span class="fs16"> </span></div><div>Tornando ai tempi che io conosco, partendo dalle antiche mura di Aliarto, o meglio dal santuario di Cecrope, e seguendo il percorso dell’affluente dell’Ylissos, si arrivava in breve tempo e diritti diritti, tra una doppia fila di alberi sacri, alla grotta oracolare di Atamante (da Ata-manteion), così la chiamerà ancora Pausania. Per noi era l’oracolo di Atena. Gli oracoli protostorici occupavano posizioni strategiche nella geografia del territorio, e l’Atamantio, l’attuale Gla, di fatto era in una zona cruciale. Ma avremo modo, in futuro, di parlare più ampiamente degli oracoli e delle loro attribuzioni, per ora restiamo a Gla.</div><div> &nbsp;</div><div>Gla è un pianoro, non vasto, di circa <st1:metricconverter productid="4 ettari" w:st="on">4 ettari</st1:metricconverter>, che si eleva mediamente di una ventina di metri sulla piana del Copaide. Il pianoro, delimitato da un circuito di possenti mura micenee, si presenta come una ben munita fortificazione militare. Vi si sale, anche oggi, muovendo dalla sacra grotta di Atamante e, passando a destra da una stretta postierla, si giunge quindi al pianoro che Pausania chiama piana Atamanzia. Noi lo chiamavamo invece santuario di Atena. E come santuario si presentava, con lo xòanon ligneo di Atena, il Palladio, conservato negli edifici dell’Altis e le due grandi stoà destinate ad accogliere periodicamente la visita di tutte le genti dell'Ylio. Il santuario di Elusi, invece, è posto sulla sommità est di Gla, esattamente sopra la grande grotta di Demetra, vi si accede attraverso la porta gemina di sud-est, oggi ben visibile, porta gemina o porta processionale, comunque porta sacra. Come la Porta Santa cristiana, le porte sacre venivano aperte solo in determinate occasioni. Qui, a Eleusi, i cristiani hanno reso testimonianza dell'antica sacralità edificandovi la loro chiesa, ancora visibile nelle fondazioni, a nord dell'Eleusinion, addossata al muro che divide in due il pianoro.</div><div> &nbsp;&nbsp;</div><div>Ma successero fatti naturali catastrofici e dolorosi, l’Atamanzia fu abbandonata intenzionalmente dalle genti dell'Ylio, gli xoanon rimossi, le statue, i donari e le offerte portati via. La piana di Ylio (Ilio o Troia per i testi storici), devastata dalle acque alluvionali, si svuotò per sempre, allorchè gli abitanti delle sue tre città decisero di cercare un futuro possibile altrove. E un futuro luminoso lo trovarono sulle coste dell’Attica, fondando la nuova Atene e il nuovo Eleusinion, con il suo santuario di Demetra.</div><div> &nbsp;</div><div>Per gli aedi, che non conoscevano tutti questi fatti, le mura micenee di Gla erano la testimonianza di una guerra fratricida tra i discendenti di Danao: micenei contro troiani, gli eraclidi contro gli abitanti delle tre città, insieme asseragliati tra le inespugnabili mura di Gla.</div><div> &nbsp;</div><div>Ma Gla non ha mai restituito monili, oggetti, sepolture, armi, insediamenti civili, stratificazioni. E del resto come avrebbe potuto? Non era una vera città. E allora la storia spostò i fatti della guerra più a est, oltre l’Ellesponto, in luoghi lontani e non sospetti, più adatti a celare e a portare a compimento la saga del mito di Elena e Menelao. Si, Elena e Menelao, ma per noi di allora semplicemente <st1:personname productid="la Luna" w:st="on">la &nbsp;Luna, signora delle acque,</st1:personname> e il suo Popolo.</div><div></div><div class="imTARight">Emmet</div><div class="imTALeft"><br></div><div class="imTALeft"><div>Cfr. Pausania, Viaggio in Grecia, 9,24,1-2.</div><div><br></div></div><div class="imTALeft"><br></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 06 Mar 2016 15:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[- L’Olimpo è tornato ad essere la casa alta della Dea]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=3__Eventi_e_Studi"><![CDATA[3  Eventi e Studi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_h13huo2c"><div><span class="cf1">Per chi visita con un po’ di attenzione il sito greco di Olimpia, in Elide, e voglia cimentarsi lungo il sentiero sacrificale che percorrevano ogni quattro anni i sacerdoti elei, partirà dall’altare di Estia e, seguendo non senza fatica e tenacia l’impercettibile traccia lasciata da Pausania, </span><span class="fs16 cf1">giungerà, infine, </span><span class="fs16 cf1">alla sommità del cosidetto Geo.</span></div><div><span class="cf1"><span class="fs16">Proprio lì, felice e appagato di trovarmi di fronte all’altare di Gea, ho pensato a Lei, alla Madre di tutte le forme e di tutte le creature viventi. Da lì vedevo Alfeo, suo figlio, con il suo incedere superbo e imperioso, e Cladeo, l’altro figlio più giovane, il cui fragore esuberante risuonava tra le pietre umide mescolandosi allo stormire dei pini e al canto delle cicale. E ho visto la vita diffondersi sempre più intorno alle loro rive, animali e piante, colori e profumi, speranze e serenità. E le donne e gli uomini erano lì, ai piedi di Gea, presso l’altare di Ecate, l’oracolante, a lanciare nell’aria i loro canti di ringraziamento, a Gea prima e a Zeus poi.</span><br></span></div><div><span class="cf1"> &nbsp;</span></div><div><span class="cf1">Questa era ed è ancora oggi Olimpia, “Oli-bìa” per i greci, è “colei che dona tutta (oli) la vita (bìa)”. E’ Gea, <st1:personname productid="la Dea Madre" w:st="on"><st1:personname productid="la Dea" w:st="on">la &nbsp;Dea</st1:personname> Madre</st1:personname>, <st1:personname productid="la Dea Montagna." w:st="on"><st1:personname productid="la Dea" w:st="on">la Dea</st1:personname> Montagna.</st1:personname> E Zeus capisce la lezione e ne raccoglie i frutti: “Olibìa” diventa “Olimpia” e “Olimpia” diventa “Olimpo” e “Gea” diventa Zea e poi Zoe e infine Zeus. E’ lui il nuovo Signore della Montagna, e Zeus si trasferirà a Dion, in Macedonia, dove sarà acclamato superbo Signore dell’Olimpo, la più alta montagna della Grecia.</span></div><div><span class="fs16 cf1"> </span><br></div><div><span class="cf1">Ora Zeus è svanito e, se crediamo che sia giusto e imprescindibile per il futuro dei nostri figli, dobbiamo restituire a Gea il governo della sua Terra e imparare di nuovo a ringraziarla per quei suoi doni così necessari, indispensabili alla vita.</span></div><div class="imTARight"><span class="cf1">Emmet</span></div><div><br></div><div><span class="cf1">Cfr. Pausania, Viaggio in Grecia, 3,24,9.</span></div><div><span class="fs16 cf1">Puoi localizzare il sito di Gaia <a href="http://www.wikimapia.org/#lang=it&lat=37.639284&lon=21.629773&z=19&m=b" class="imCssLink">&lt;qui&gt;</a></span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Feb 2016 21:40:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--l-olimpo-e-tornato-ad-essere-la-casa-alta-della-dea</link>
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			<title><![CDATA[- Concorsi artistici, giurie e criteri valutativi]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=2_Arte_e_Artifici"><![CDATA[2 Arte e Artifici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_d1f9z8q1"><div><b class="fs16"><span class="fs19">La giuria nei concorsi per le arti visuali e i criteri per la scelta delle opere</span></b><br></div><div><i class="fs16"><span class="fs19">Linee guida in ambito italiano</span></i></div><div><br></div><div>La giuria, per definizione, è composta da un numero variabile di persone legate tra loro da un giuramento, quello di essere giudici imparziali e coerenti con le proprie convinzioni in relazione all'argomento oggetto del giudizio.</div><div><span class="fs16">Per concorsi di non grandi dimensioni, la giuria è normalmente composta da 5-6 membri (o giudici), in questo caso provenienti per cultura dalla sfera di competenza relativa, con un presidente di giuria, meglio se esterno alla sfera di competenza. Talvolta è opportuna anche la presenza della figura del giudice delegato, ovvero del giudice che fa una sintesi insindacabile, meglio se matematica, delle singole posizioni al fine di conseguire l’obiettivo primario dell’imparzialità.</span><br></div><div><span class="fs16">Per concorsi più importanti servirà anche l’apporto di commissioni giudicanti.</span><br></div><div><span class="fs16">Occorre anche sottolineare come le sensibilità critiche variano tra giudice e giudice, ma sopratutto come esse risultino essere intensamente diverse tra giudice uomo e giudice donna; giusta è quindi una giuria equilibrata nella sua composizione di genere affinchè la cultura non sia solo il risultato parziale di scelte esclusivamente al maschile, con la conseguente visione dura e drammatica della realtà, ma anche tenga dei momenti ineguagliabili della vita e in questo la donna è maestra di incanto e di poesia.</span><br></div><div><span class="fs16">La figura del giudice delegato entra in campo quando i giudici esaminatori operano e valutano separatamente, senza conoscersi tra loro, cioè quando è garantito l’anonimato della giuria, come nei concorsi delle arti visive dove risulta impossibile, per ovvi motivi, garantire l’anonimato dei correnti.</span></div><div>Possono procedere altrettanto bene, insieme, anonimato della giuria e anonimato dei concorrenti.<br></div><div>Il presidente di giuria non esprime giudizi, è persona terza, il suo compito consiste nell’organizzare e coordinare i lavori. Il presidente di giuria può anche caricarsi del compito di giudice delegato.</div><div>I componenti della giuria, scelti dal giudice delegato, rimangono sconosciuti a tutti, anche agli altri giudici, le loro identità saranno rese pubbliche al momento della proclamazione degli ammessi al concorso, tramite comunicato stampa.</div><div><span class="fs16">Il compito dichiarato della giuria è di obiettività e imparzialità ma anche di indirizzo culturale. Della giuria è anche la responsabilità di collocare la scelta delle opere nel sentiero della nostra storia. Nessun sapere, per quanto innovativo o originale può sopravvivere fuori dalla storia.</span></div><div><span class="fs16">Prima di procedere all'esame delle opere in concorso, ogni giudice dovrà presentare al giudice delegato la riproduzione di un'opera appartenente alla storia dell'arte italiana o greco-romana in sintonia con il tema in concorso; essa sarà la testimone del concetto di bello e di artistico che guiderà poi il giudice stesso nella valutazione delle opere in concorso. La sua opera-testimone verrà poi corredata dalla motivazione della sua scelta e, mentre la riproduzione dell'opera sarà stampata sulla copertina del catalogo in composizione con quelle scelte dagli altri giudici, la motivazione scritta della sua scelta entrerà nella prefazione del catalogo stesso insieme a tutte le altre.</span></div><div>Il “testimonial”, cioè l'opera storica scelta da ogni giudice, diventa così garante della qualità, della rappresentatività e della competenza del giudizio. E’ come dire che l’opera d’arte scelta diventa “madrina” dell’iniziativa culturale e, essendo in linea con i suoi contenuti, ne attesta e ne certifica il valore formativo.</div><div> &nbsp;</div><div> </div><div> &nbsp;</div><div>Ciascun giudice individuerà quindi le opere che, dato il suo “testimonial”, sono meritevoli di partecipare al concorso.</div><div><span class="fs16">Ciascun giudice formerà la propria personale classifica di merito, assegnando dei punti alle prime dieci opere per lui meritevoli secondo la sequenza 15-12-10-8-7-6-5-4-3-2 e assegnando 1 punto a tutti gli altri.</span></div><div>Ciascun giudice consegnerà la propria graduatoria al giudice delegato, che provvederà a redigere la classifica finale.</div><div>Il giudice delegato assegnerà di sua iniziativa dei punti compensativi di genere, qualora se ne ravvisi la necessità. Ovvero terrà conto dei componenti della giuria e compenserà con un punto le differenze di genere (es: se la giuria è composta da 4 giudici donna e 2 giudici uomo la compensazione sarà data da 4-2=2 punti di compensazione per ogni concorrente uomo. Naturalmente la stessa cosa vale in caso di scompenso sul versante delle concorrenti donna).</div><div><span class="fs16">Trasparenza e coerenza saranno i migliori testimoni della correttezza e dell’imparzialita della giuria e la massima garanzia di successo e condivisione dei risultati a buona memoria dell’iniziativa e di tutti i suoi protagonisti, giuria in primis.</span></div><div><br></div><div><span class="fs16">Molte altre considerazioni possono essere fatte qui, insieme, ma possiamo anche lasciare al giudice presidente il compito di dirimere questioni più particolari e, magari, di farci sapere come le ha risolte. Buon lavoro!</span></div><div class="imTARight"><span class="fs16">Emmet</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 18:48:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--concorsi-artistici,-giurie-e-criteri-valutativi</link>
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			<title><![CDATA[- Il valore del segno grafico]]></title>
			<author><![CDATA[Fernanda Facciolli]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=2_Arte_e_Artifici"><![CDATA[2 Arte e Artifici]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_i524160s"><div><b class="fs16">La superiorità di astrazione insita nella linea rispetto al volume e al colore</b><br></div><div><br></div><div>Il segno grafico o linea che dir si voglia &nbsp;è l’elemento più astratto e &nbsp;quindi più evoluto della espressione artistica dell’uomo.</div><div>Per poter tracciare su di un foglio di carta il disegno &nbsp;di un soggetto reale, l’uomo deve riuscire a “vedere” qualche cosa che in realtà non esiste: l’oggetto che ha di fronte, essendo tridimensionale, possiede volumi e non segni. &nbsp;Il segno, cioè, è un’astrazione della nostra mente, che noi ci costruiamo per trovare il modo di rappresentare sulla superficie bidimensionale del foglio qualcosa che invece è tridimensionale. Non è uno sforzo &nbsp;intellettuale da poco: gli animali non riconoscono il significato del puro disegno del loro cibo preferito; i bambini &nbsp;solo dopo i primi 2 o 3 anni provano a “rappresentare” la mamma con un segno di contorno e non solo per inabilità manuale ma soprattutto per la loro difficoltà a vedere un segno che obiettivamente non esiste.</div><div> &nbsp;</div><div>Gli album di “Disegni da colorare” che noi diamo ai nostri figli non stimolano la capacità disegnativa, ma solo quella coloristica e generalmente ogni bambino riesce a riempire gli spazi del colore giusto. Ma provate a dar loro da copiare un disegno a puro segno: solo i più grandi e i più dotati lo faranno bene, perché questo è molto più difficile. Se poi chiedete loro di copiare dal vero un soggetto, la loro bambola o il &nbsp;loro trenino, ancora meno bambini ci riusciranno, perché in questo caso dovranno realizzare il vero “salto” mentale: l’astrazione. </div><div class="imTARight">Fernanda Facciolli</div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 09:15:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--il-valore-del-segno-grafico</link>
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			<title><![CDATA[- Il Dictynneion di Artemide Dittinna a Vathy]]></title>
			<author><![CDATA[Emmet]]></author>
			<category domain="http://www.fernandafacciolli.it/blog/index.php?category=1_Volti_della_Luna"><![CDATA[1 Volti della Luna]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_581660mp"><div><span class="fs16 cf1">Il promontorio sacro di Artemide Dittinna, affacciato sulla baia di Vathy, é uno dei pochi santuari di Dittinna oggi conosciuti. Il Dictynneion non è facilmente individuabile anche perchè non ci sono scavi o segnalazioni in loco. Probabilmente il santuario sorgeva ad Ageranòs, e più precisamente nei pressi dell'area dell'attuale cimitero; la scelta di seppellire i morti proprio qui è fortemente indiziaria della sacralità del luogo, anche in tempi precristiani. Il cimitero è facilmente raggiungibile dalla chiesa di Ageranòs, sorta sul punto più elevato del sacro promontorio. Anche la chiesa può celare il punto più prossimo al santuario di Dittinna, ho cercato a lungo e inutilmente qualche segno della sua presenza, sui muri della chiesa e tra la fitta vegetazione intorno, ho guardato con meraviglia l'albero che usciva dal muro absidale, attraversandolo letteralmente, "ecco l'albero sacro", </span><span class="fs16 cf1">mi son detto. P</span><span class="cf1">oi, sbirciando dalle finestre della chiesa, purtroppo era chiusa, ho notato gli affreschi dell'interno, insolitamente affollati di angeli e arcangeli: ho pensato ad Agheranòs, A-gheranòs=senza gru. Oggi il promontorio non è frequentato dalle gru, gli uccelli che, come Dittinna, portano la vita, ma un tempo forse erano qui, messaggeri al seguito della Dea. Le gru messaggeri della dea come gli angeli e gli arcangeli messaggeri della divinità cristiana: una coincidenza e un indizio.</span></div><div><br></div><div><span class="fs16 cf1">A poca distanza da Ageranos c'é la città minoica di Las, è probabilmente la città, l'unica, che Pausania vide andando da Ghitio al Tenaro, la si raggiunge seguendo per un paio di chilometri il fiume che Pausania chiama &nbsp;Smeno (oggi Tourkovrisi), la cui foce si trova a nord, ai piedi del promontorio. Si può ben ipotizzare che il nome Smeno derivi dalla parola greca "mené", che significava "luna". I santuari della Dea Luna, in tempi storici, erano stati dedicati ad Artemide, divinità lunare, e alla sua amica ninfa Dictynna. Smeno è una parola che premette a "meno" (cioè "menè") la lettera "s", legata al significato di scorrere, come lo scorrere delle acque, o di strisciare. Quindi il fiume Smeno può essere correttamente inteso come il fiume della Luna o, più genericamente, il fiume dei Minos (ai minoici, il popolo cretese adoratore della Luna, risale la colonizzazione della Lakonia e qui essi avevano il loro approdo).</span></div><div><br></div><div><span class="fs16 cf1">Del fiume Smeno Pausania dice che la sua acqua è la più dolce a bersi tra quelle di ogni altro fiume...e a vederla sul posto sembra proprio così: trasparente e silenziosa.</span></div><div class="imTARight">Emmet</div><div><div><span class="fs16 cf1">Cfr. Pausania, Viaggio in Grecia, 3,24,9. </span></div></div><div><span class="fs16 cf1">Puoi localizzare il sito di Artemide Dittinna <span class=""><b><a href="http://www.wikimapia.org/#lang=it&lat=36.697260&lon=22.528667&z=17&m=b" target="_blank" class="imCssLink">&lt;qui&gt;</a></b></span>.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 17:48:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.fernandafacciolli.it/blog/?--il-dictynneion-di-artemide-dittinna-a-vathy-1</link>
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