Recensioni - Dittinna

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Recensioni

Opere
Stefano Mammini
Una storia in 36 quadri, che, in questo caso, sono tali nel senso piú letterale del termine. Il volume raccoglie infatti le opere che Fernanda Facciolli ha concepito ispirandosi ai luoghi e ai miti dell’antica Grecia. Un patrimonio sterminato, al quale l’artista si è accostata nel corso di ripetuti viaggi e soggiorni, corroborati dalla rilettura delle fonti antiche. Al di là delle valutazioni sullo stile delle composizioni, che non potrebbero essere altro che soggettive, colpisce l’immutata vitalità di un patrimonio che, ancora oggi, può costituire una fonte di ispirazione dotata di una forza davvero formidabile.
(Maggio 2014).
Paolo Leoncini
...
L’aspetto scientifico  è integrato – cosa davvero unica ed  esemplare – dall’aspetto artistico, dai dipinti interpretativi  delle scoperte  compiute «sul campo»... Non c’è soltanto la ricognizione sperimentale, ma c’è  anche la versione grafico-pittorica della ricognizione stessa. Entrambe si  fondano sul riconoscimento del  fatto che il passaggio dall’«arcaico» al  «classico», come passaggio dal «matriarcale» al «patriarcale», implica  trasformazioni radicali nella concezione delle divinità pagane. Di cui la  «religione olimpica», del periodo classico, modifica ruoli e significati: Zeus,  nel periodo arcaico, era soltanto il marito di Era, Dea Madre Mediterranea;  mentre Atena, altra Dea Madre, viene trasformata, nel periodo classico, in una  vergine, figlia di Zeus; oppure Arianna, dapprima Madre del Cielo e della  Pioggia fecondatrice, viene trasformata in principessa cretese traditrice della  patria, e per questo sedotta e abbandonata da Teseo; Demetra, Dea Terra  (Gh-meter) era sorella maggiore di Zeus, ma è, poi, tenuta ad obbedire alla  volontà del fratello minore. Altre divinità femminili come Medea, Medusa, Circe,  Dionisa (che viene trasformata in Dioniso) sono  depotenziate rispetto ai  significati originari. Nella Prefazione, la Facciolli spiega quale poteva essere  il movente percettivo delle raffigurazioni arcaiche del divino: «Nella   preistoria i pastori e i montanari, nell’ozio della sorveglianza alle loro  capre, avevano modo di osservare a lungo le loro montagne e di riconoscere in  esse le forme di animali o di donne, soprattutto profili di dee addormentate.  Percio’ diedero ad ogni cima un nome diverso a seconda della sua forma e ad ogni  fiume o torrente suo figlio un nome appropriato secondo le sue caratteristiche,  e li considerarono esseri viventi di natura superiore alla nostra, dei o  giganti. Le fonti più dolci e tranquille avevano nomi di donna, i torrentelli   più veloci e saltellanti, nomi maschili. Inoltre i fiumi delle valli, dal  momento che ricevevano nel loro alveo i corsi d’acqua più piccoli, venivano  ritenuti padri dei torrenti affluenti. A volte due corsi d’acqua di pari portata  si congiungevano in un unico letto ed allora i due fiumi, maschio e femmina,  venivano considerati congiunti in matrimonio».
L’elemento–acqua costituisce il fattore originario della  sacralità: «La sacralità di un luogo dipende dalla presenza di una fonte o di un  torrente antichi; allora si ringraziava la Ninfa o qualche divinità delle acque.  Oggi si ringrazia qualche santo cristiano. Quasi sempre un dio pagano è stato  sostituito da un santo con un nome simile: San Demetrio al posto della dea  Demetra, Sant’Atanasio al posto della dea Atena […] Altre volte il santo  cristiano è specializzato nel fare determinate grazie che un tempo erano le  competenze del suo predecessore pagano con un nome dallo stesso significato:  Santa Paraskevì, cioè Santa Venerdì, favorisce, come la dea Venere, i  concepimenti». Si tratta di rilievi che inducono a riflessioni antropologiche:  la religiosità arcaica è una religiosità innervata nella fantasia istintiva  dell’uomo a contatto con la natura, nelle elaborazioni primordiali delle  percezioni, delle emozioni, dei sentimenti. Queste scoperte scientifiche e  queste raffigurazioni artistiche della Facciolli ... richiamano la filosofia di  Vico che considera la zona sensibile-intuitivo-emozionale come la base della  conoscenza; richiamano, d’altro canto, la nozione orientale di karma per quanto  riguarda il tempo del sacro, ovvero il fatto che il sacro si forma attraverso  una dedizione costante nel tempo a forze primigenie come l’acqua e la terra,  elementi fisici primordiali, nei cui confronti l’uomo ha avvertito da sempre una  devozione viscerale, dovuta a sentimenti di sopravvivenza connessi all’acqua e  alla terra.
Il passaggio, nella antichità greca, dall’ «arcaico» al  «classico», dal «matriarcale» al «patriarcale», pone interrogativi sul terreno  della cultura moderna, connotata dal prevalere della razionalità e del potere  rispetto alle istanze umane primordiali. Si potrebbe pensare al Leopardi dello  Zibaldone quando afferma che il progresso ha gradualmente disgregato l’unità  uomo-natura attraverso l’artificio dei concetti scientifici e i processi di  demitizzazione (per cui la natura è diventata «matrigna»).
La ricerca della Facciolli ... riconduce l’uomo all’unità  originaria; si tratta di  una ricerca composita, ma comunque  sostenuta dallo  «scavo visuale» e dall’immaginazione, dal risalimento etimologico e dalla  indagine allegorica; di una ricerca che si pone sul piano degli strumenti  conoscitivi (il libro di Pausania, la perlustrazione «sul campo», la  raffigurazione visiva) sulla lunghezza d’onda di un mondo emarginato dalle  culture occidentali emergenti.
Paradigmatico, sul versante del metodo, è il fatto che si  adotta un procedimento di confronto empirico, sperimentale: ricorrenti sono le  «formule» secondo il mito classico/secondo noi , nel percorso di risalimento  all’ambito sedimentato al di sotto degli occultamenti artificiali e delle  stratificazioni storiche; ovvero al di sotto della «civiltà», che abbrevia i  tempi; e facilita, apparentemente, l’esistere; ma paga un prezzo enorme  all’autenticità antropologica: come oggi, soprattutto, possiamo tragicamente  constatare.
(Presentazione del saggio-catalogo "Con Pausania sulle  tracce di Esiodo", Maggio 2014).
Maria Luisa Pavanini
Fernanda Facciolli lavora ormai da tempo sul corpo  femminile con una grafia dinamica, che percorre sinuose figure mitologiche, per  creare dialogo e continuità tra le antiche religioni matriarcali del  Mediterraneo.
I volti scompaiono per lasciare spazio e attenzione al  corpo femminile, che un segno veloce, guizzante percorre. Arianna, Ippodamia,  Dittima o Dea Luna quello che l'artista mette in rilievo non è la diversa  identità di queste figure mitologiche, ma il loro essere donne, la loro  femminilità. Linee intense percorrono e non chiudono le forme, che colloquiano  con lo spazio, guizzano e si muovono in esso e con esso, ad evidenziare la loro  appartenenza ad un tempo mitologico, che noi possiamo solo evocare.
("Il Ridotto di Venezia", Maggio 2012).
Agenda Venezia
Fernanda Facciolli, veneziana, attraverso il suo originale linguaggio grafico, da lei stessa definito 'polifonico' per la potente derivazione musicale, tratta il tema del mito eroico legato al culto della dea Madre. I suoi personaggi Dioniso, Arianna, Elio, Reitia, Elena, Era, Iemanjà creano un filo e un dialogo di continuità e di contiguità tra le religioni matriarcali del Mediterraneo, approdando fin su all'alto Adriatico, in terra venetica.
(Maggio 2012).
Gianfrancesco Chinellato
Una nuova esposizione di dipinti e di grafica, riguardante  i Miti dell’età del Bronzo e del primo Ferro, di Fernanda Facciolli, per non  dimenticare le origini della nostra sensibilità religiosa e dell’amore per la  natura che ci nutre e ci dona la linfa vitale, affinché anche l’Uomo possa  elevare il proprio spirito verso le più alte vette del cielo.
L’artista veneziana da parecchio tempo si sta dedicando,  con viva passione, alla conoscenza teorico-pratica della mitologia greca e non  solo, riscoprendo i miti più antichi che sono stati mistificati, sen non  addirittura cancellati, dai propagatori della nuova religione olimpica del V  sec. a.C., quella, per intenderci, che considerava Zeus la massima divinità di  tutto il mondo greco.
Altro argomento di studio e di contenuto delle sue opere,  è la religione dei Paleoveneti e in particolare la grande dea veneta Reitia,  insieme con altre dee minori e poco conosciute, come: Loudera Kanei, Vrota ed  Evrota, Trimusiate e Alcomno.
Di notevole importanza è la scoperta, da parte della  Facciolli, che il grande fiume della vallata spartana porti ancora l’antico nome  di Eurota, con evidente identità con il nome della dea veneta Evrota, mentre  Pausania, antico studioso della Grecia del II sec. d.C., vide a Sparta una stele  onorifica dedicata dai laconi all’eroe Eneto.
Da notare ancora la novità del linguaggio pittorico  dell’artista, da lei stessa definita “Polifonia del segno”. Una pittura di  larghe pennellate che lasciano intravvedere, in trasparenza, segni di  particolare forza espressiva, supportati da una profonda conoscenza delle forme.  E come nel coro greco, i segni cantano con diverse intensità e variate melodie  per fondersi, alla fine, in un’opera equilibrata e timbrica.
Nei lavori, poi, a matita e a carboncino, un getto  continuo di segni si avvolge e si dipana senza esitazioni e ripensamenti, come  nella matita dedicata alla dea veneta Trimusiate e nell’opera a carboncino  “Amicla /Giacinta e le sue figlie”.
Novità assoluta nell’universo pittorico è la tecnica della  “grafo-pittura”, usata dalla Facciolli, nei lavori di piccole dimensioni. Qui è  essenziale la velocità di esecuzione e  la rinuncia obbligata  a un disegno  preparatorio sulla tela, come nell’opera “Da Oriente a Occidente”.
Nei quadri di grandi dimensioni, come “Via Afetaide”, si  nota come le figure piccole, quelle dei concorrenti alla mano di Penelope,  restino prospetticamente legate alla tela, mentre la gigantesca figura della  dea-fiume sembra uscire dal quadro e rimbalzare verso di noi.
Per finire, in Fernanda Facciolli corrisponde una  continuità vera alla tradizione artistica veneta, caratterizzata da una pittura  veloce e di tocco, dove il segno trasluce e scorre vibrante e imprendibile tra  le acque e le atmosfere della laguna.
Una lirica del poeta greco Ibico “Albero in riva al  fiume”, tradotta da Salvatore Quasimodo, ha anticipato di qualche secolo la  nostra mostra: “Sopra le sue più alte foglie / si posano anitre vaghissime / dal  collo lucente coi colori del porfido / e alcioni dalle lunghe ali.
(Presentazione alla mostra personale alla Galleria "  Dictynneion" di Venezia, 11 dicembre 2012).
Emanuele Horodniceanu
Da anni ormai Fernanda Facciolli, seguendo le  tracce perdute, di terra e acqua, della più antica e perduta civiltà  mediterranea, si muove tra mar Egeo e di Creta, Mediterraneo e Jonio, per  risalire oggi lungo l’Adriatico sino alla terra degli Eneti…Un viaggio  appassionato che la porta a rivisitare e ribaltare, con il segno e il colore,  solidi miti classici per andare a ricongiungersi a radici ben più profonde e  arcane. Un mondo preclassico dove la natura è Dea Madre assoluta, venerata e  celebrata con le sue divinità che governano i boschi, i campi, le acque, che  vegliano, soccorrono, partecipano ai riti della vita, accompagnano alla  morte…Una dimensione sacra tutta al femminile prima che l’esercito dei sacerdoti  e pensatori maschi si appropriasse dell’Olimpo donna e riscrivesse le sue  gerarchie creando un nuovo popolo di dei.
Proseguendo il suo viaggio in questa arcaica matriarcale terra lontana e segreta, Fernanda è approdata, fisicamente e con la sua pittura, nell’estremo sud del Peloponneso laddove sorge Sparta, capitale degli antichi Lacedemoni.  Seguendo le tracce degli scritti di Pausania, di santuari e luoghi sacri, riporta le dee spartane alla loro essenza primaria, alla loro impetuosa naturalità, celebrando una mitologia dove gli aspetti mitici e sacrali si fondono armonicamente con il mondo della materia in un connubio tra terra e cielo, tra il corpo e quello che sta al di là e sopra…
Eleni – Elena di Sparta – Elena di Troia è la dea dei miracoli, la dea- albero degli spartani, la cui statua è rapita dai nemici troiani…Era Iperchiria  è la dea che protegge con la sua grande mano, Giacinta la dea-cipresso , Artemide Orthia è dea della fertilità e Penelope, che il mito classico vuole sposa di Ulisse, è l’antica dea del fiume di Sparta, l’Eurota, un fiume fedele essa stessa, corso d’acqua vitale rincorso dai pretendenti-torrenti…E lungo le vie dell’acqua, lasciando la Grecia, approdiamo nella regione degli antichi Eneti, i Veneti, antichi alleati dei Troiani, che celebrano la loro Reitia, anche lei dea dell’acqua, dea-ruscello rappresentata anche sotto forma di lupo, animale della foresta e anatra, uccello dell’acqua dolce dei fiumi. E anatra, in greco, si dice penelope… Dee venetiche sono anche Trumusijate e Loudera, dee delle acque che sanano…
Accompagnata dalla serena solida irrequietezza del suo segno grafico e dall’essenzialità quasi monocromatica del   colore, Fernanda va a recuperare un’età dell’oro preclassica, tramutando le sue dee in puri elementi della natura, con tutta la loro energia, forza, vitalità: un operazione lineare e plastica assieme, passionale e meditata, che è fatta di movimento,  fremito, passione, slancio, compenetrazione.  A guidarla una gestualità ragionata e polifonica sempre più evidente, necessaria per entrare in com-unione con la fisica sacralità delle sue divinità: alberi, tronchi, rami, radici, sorgenti, fiumi, ruscelli, animali. Il sacro corpo della Natura, solido e ben piantato nella terra, liquido e in perenne fluire, generoso e severo trova qui una sua felice celebrazione.  Se i santuari, i lignei xoanon, le statue sono ormai rari e preziosi reperti di un’epoca lontana, loro, chiamatele Penelope, Elena o Reitia, sono sempre presenti e vive, qui e altrove, quando l’acqua sgorga da una fonte e un giovane albero inizia a crescere.
(Presentazione alla  mostra persona alla Galleria GIDIEMME, novembre 2011).
M. T.
All'ombra del monte Ditte, nella Creta minoica, si conserva e si nutre ciò che è bello e buono. Il bello e il buono entrano nell'Arte che si esalta in forme armoniche e seducenti, interpretando i sentimenti nobili ed elevati dell'Uomo. E' l'antico mondo della Dea-Madre, è l'origine e la direzione del "Kalòn" greco, è il Dictynneion da cui i veneziani Fernanda Facciolli e Emmet ripartono per restituire all'Arte armonia e nobiltà, sottraendola alla presunzione e alla tentazione di rappresentare gli errori e gli orrori del mondo.
(Dagli atti della mostra personale in allestimento a Rostov, febbraio 2009).
M. T.
Sospeso tra forma sapiente e vibrante sensibilità, il linguaggio del corpo racconta con passione e intensità i momenti e le emozioni della vicenda umana.
(Locandina all' "Anticando" di Pergine Valsugana, Trento, agosto 2008).
Alessandro Sisti
(...). Sono di questo periodo la serie degli abbracci, dove i grafismi lineari e sinuosi limitano non già le aree percepite dalla vista, bensì i confini del contatto fra i corpi di due amanti definiti dal tatto epidermico, ed il ciclo dei baci, dove però il puro dato fisico si evolve diventando sensazione. (...) mentre l'artista sta facendo convergere i temi dei sensi e della serenità nella serie delle Mani, dove tutto il Corpo implode nel punto focale delle mani amanti, che toccandosi in un gioco evoluto e complesso acquistano vitalità propria. (...). Questa potente dimensione ludica e quest'autonoma vitalità personale del particolare traboccano nella serie dei Piedi, ormai puri mastodonti innamorati. (...) i Gatti ed i Passeri che agiscono in un'interazione tra corpo femminile, mani e differenti fisicità corporee, fragili e dipendenti  e sono icastici  di un'emozionalità che evolve verso la corrente inconscia della conservazione della specie, mentre la vena sensuale ha un suo temporaneo culmine nelle linearità opulente delle donne della "Sensazione d'appagamento".
(Catalogo della mostra a "Il Punto" di Genova, maggio 1987).
Franco Batacchi
Fernanda Facciolli è una grafica di sicuro talento; ha presentato le già note ed abilissime  puntesecche, affiancate a disegni acquerellati riproducenti particolari di mani: folgoranti mutazioni di contesto, in cui i particolari anatomici si trasfigurano, lasciando spazio ad una sensuale ed allusiva sineddoche.
("Venezia 7", 18 settembre 1986).
Laura Facchinelli
(...).Sono particolarmente interessanti le incisioni, ove l'artista sembra realizzarsi nella pienezza della sua espressività. La Facciolli ama ritrarre (anzi, ricostruire nella memoria) immagini femminili, stupendo pretesto per una sinfonia di linee avvolgenti e morbide che suggeriscono la figura dilatandone nell'atmosfera la presenza sentimentale.
("La Nuova Venezia", 2 settembre 1986).
Germano Beringheli
L'arte, si sa, è il luogo dove l'artista, facendo, realizza una conoscenza, cioè il carattere concettuale di un sapere analizzato e investigato per il bisogno di una risposta esatta, di un significato non ambiguo. Per questo vorrei, anzitutto, che si considerassero i fogli qui esposti da Fernanda Facciolli come luogo di manifestazione epifanica del suo segno (che è poi l'elemento spaziale e temporale della sua conoscenza) e cioè in termini d'energia provocata dal suo gesto grafico con la precisa volontà d'investire e di modificare lo spazio che segna e incide per determinarne il possesso al fine di rappresentarvi, evocato, l'oggetto privilegiato della condizione desiderante. In questo caso il corpo, il suo uso, il suo significato. Infatti quel che la Facciolli coniuga disegnando, ovvero percorrendo i contorni della cosa per inverarne l'immagine, è tutta una serie di variazioni prensili, di ricognizione di apprendimento che lo sguardo muove ed espande a cospetto del corpo (e dell'amplesso). La sua ricerca si muove così nell'osservazione di un territorio circoscritto e definito, la figura del corpo, per rintracciarvi non già gli aspetti strutturali noti, codificati, cioè culturali che la didattica raffreddata della storia dell'arte ci ha consegnato con le sue immagini, bensì quelle zone nuove, di sensibilità che le sue motivazioni soggettive e pulsionali rivelano, col proprio spessore, con le processualità della propria somatizzazione, all'artista. Allora appare subito evidente come l'occhio di chi guarda questi disegni, queste incisioni, venga trattenuto, similmente a quello dell'artista, dalla capacità di penetrazione che la afferrabilità del segno consegna affascinata progredendo, col suo percorso, con le sue volute, a costituire l'immagine da segreta e nascosta ad affiorante e come, risolta questa in termini di disegno fatto visione, riveli, densa e rarefatta, una emergenza di significati molteplici, fisici ed interiori, profondi che suggeriscono la complessità dei sensi e dei sentimenti che l'anno investita. Vediamo allora, ben distinta in ogni opera che diviene un deposito d'energie anche metaforiche, l'alternanza degli umori, degli eventi, delle estensioni, delle pose e delle apparizioni corporee in un contesto in cui la maggior radicalizzazione è nella direzione dell'eros, della vitalità affermante. Un materiale denso, quindi, quello che ci viene proposto e che ha corso gli spessori aurei della rappresentazione del corpo e del suo immaginario, almeno dalla peculiare disposizione psicologica dai greci a Klimt e a Schiele e che ora quest'artista riattraversa col potere rivelatore del suo sguardo, con la concretezza sensoriale del segno che appare, nell'escavo, fortemente dinamico e propiziatorio quasi, di nessi e storie millenarie, di lunghe memorie, di apparizioni lampanti e rivelatrici.
      (Catalogo della mostra a "Il Punto" di Genova e "Il      Lavoro", 29 maggio 1983).
Mauro Bocci
La Facciolli è artista d'una sicurezza espressiva piena, piegata alle esigenze d' un vitalismo che a volte fa dell'eros un contenuto di spicco, agilmente concreto nel riorganizzare un materico, e spesso immateriale, groviglio di forme. Il rigore tecnico, l'energia nel trattare l'incisione, consentono a quest'artista una sorprendente gamma d'effetti mai rivolta ad accattivarsi il pubblico, ma piuttosto ad essere agenti, e solventi, d'una carica esistenziale formidabile, nella quale gli elementi drammatici si combinano con una informaleggiante grazia un poco intellettualistica.
      ("Il Secolo XIX", 28 maggio 1983).
Emilia Marasco
Raccoglimento e tensione, due condizioni costanti nel rapporto fra l'uomo e il proprio corpo, sono rappresentati dalla Facciolli con intensità: contengono le modificazioni che la tensione, momento e susseguirsi di drammatiche sensazioni, produce sui volumi del corpo.
("L'avvisatore Marittimo", 27 maggio 1983).
Felice Ballero
Si tratta di un segno fluente, brioso, amabilmente barocco, sensuale, dinamico, che si muove tra una sincerità da peccato veniale, di casta ed insieme maliziosa iconografia, ed immagini oniriche al limite del surreale o addirittura dell'informale; e forse, a mio avviso, la maturità espressiva di Fernanda Facciolli si situa proprio in questo febbricitante detto/non detto, così energico e melodioso lì ad inglobare sensualità e grazia.
      ("Il Corriere Mercantile", 24 maggio 1983).
Nalda Mura
Quel che sorprende in quest'artista è  la grande libertà con cui ella dipana il suo segno acuto e penetrante, formando una sorta di cordone ombelicale che coinvolge ed avvolge la coppia, ne segue i contorni, ne modella i volumi, ne indica i delicati confini in un misto di figurazione e di astrazione decisamente affascinante.
("La Gazzetta del Lunedì", 23 maggio 1983).
G.D.S.
A chi si ponga alla loro osservazione, incisioni e disegni della Facciolli offrono panorami di profondo interesse estetico, interpretazioni e suggerimenti di corpi e di sensazioni espresse con raffinatezza percettiva, ma anche, non peritiamoci di dirlo, con consumata capacità esecutiva.
("L'Eco di Genova", 16 maggio 1983).
Enzo Di Martino
Il corpo umano appare a Fernanda Facciolli un continente affascinante e misterioso, i risultati delle cui esplorazioni sembrano fornire continue ed inesauribili rivelazioni. Si potrebbe dire che esso appare quasi un paesaggio dell'anima che muta luci e colorazioni, svela novità e segreti, presenta aspetti ed atteggiamenti imprevedibili, configura stati d'animo ed esistenziali di estremo interesse, connota dati psicologici caratterizzanti. Codesta ricerca  attorno al pianeta "corpo umano" (...) quasi una sorta di viaggio avventuroso alla scoperta di un mondo del "sè" che assume significazioni coinvolgenti che travalicano la figurazione definibile estetizzante e determinano invece il riconoscimento personale di ciascuno di noi. Taluni "abbracci", mi pare, permettono il rilevamento di situazioni desiderate o rifiutate che solo il gusto del dettagli della "Facciolli consente di spersonalizzare o di classificare quasi come reperti di una immaginazione piuttosto che come elementi di una figurazione che ci riguarda da vicino. A ben guardare, tuttavia, certi avvolgenti atteggiamenti nei quali i punti di contatto esprimono momenti di sessualità ritrovata sembrano contenere insospettate possibilità di interpretazione, quasi una sorta di lettura "fisica" dell'immagine propostaci. (...). Si tratta di un segno che avvolge i volumi e, al tempo stesso le situazioni, quasi un filo che dipana una storia figurale in tutti i suoi aspetti. La chiave di lettura di codesti fogli sta nel lasciarsi guidare da questo filo affascinante all'interno di un mondo di uomini e di donne, di amanti e di amore. Di Fernanda Facciolli appaiono interessanti sopratutto le puntesecche per la forza e la vivezza del segno.
      (Catalogo della mostra a "Il Segno Grafico" di Venezia, ottobre 1975).
Paolo Rizzi
I suoi fogli (acqueforti, puntesecche, xilografie, qualche disegno) rivelano una bella scioltezza, con momenti di splendida tensione formale, specie laddove l'immagine appare meno insistita e quindi più libera.
      ("Il Gazzettino" di Venezia, novembre 1974).
Marcello Colusso
La mano si muove veloce su questi fogli, muti testimoni e allo stesso tempo protagonisti di una ricerca dettata dall'entusiasmo e dalla serietà. l'accurata resa fisionomica e l'espressività del segno divengono significanti di una precisa osservazione degli uomini e degli accadimenti mentre le linee, tracciate ad acquaforte, si dipanano leggere, sorrette da abilità tecnica. A ben guardare, non è difficile scorgere come l'autrice si muova lungo il filo di una delineata tradizione e sia avvertibile, più in là, la guida affettiva di quel saggio e cortese maestro che è Luigi Tito.
 (Catalogo della mostra a "Il Segno Grafico" di Venezia, novembre 1974).
 
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